Riccardo d'Este

Il '68 è ormai un anno storico. Dov'eri durante il '68 ? Esso ha costituito per te un'esperienza particolare ?

Riccardo: Nel '68 ero a Milano, sino al giorno del mio arresto: 20 dicembre. E l'arresto mi impedì una partecipazione diretta ad esperienze assai importanti: al '69 a livello sociale ed alle attività di Ludd come rapporti intersoggettivi e come elaborazione teorica. Nel contempo essere in carcere mi ha permesso di vivere in prima persona le lotte esplosive dei detenuti nel '69, lotte che secondo me sono state tra quelle che più hanno continuato il senso creativo di liberazione che il maggio francese aveva espresso.

Il '68, con la vivace continuazione del '69 italiano, è stato, a mio avviso, un punto essenziale nello sviluppo del movimento rivoluzionario.

Ora è di moda dire " il '68 è stato un'illusione di massa " oppure parlare " degli orfani, dei reduci del '68 " per indicare degli sconfitti, ben inseriti e remunerati o emarginati malinconici. Mai moda fu più becera, cieca, pretestuosa, interessata ed ininteressante.

Il '68 ha riproposto il bisogno di rivoluzione davanti agli occhi di tutto il pianeta. Coloro che l'hanno vissuto ne sono stati contagiati in un modo o nell'altro: o, spaventati sono ritornati sotto l'ala rassicurante di qualche stregone, o, implosi, non riescono più a tollerare ciò che non gli dà piacere, ed è tutto, tranne la pratica della sovversione.

E' vero, il capitale ha contrattaccato con le armi in mano, dopo il primo scoramento oscuro. Il processo di assorbimento, o recupero, è più che mai in atto. E' il PCI con le sue vittorie elettorali. Sotto cui però io vedo il ghigno degli elettori. Fino a che punto Hop Frog sarà il buffone di Corte ? Viene sempre il momento in cui le armate di buffoni (gli elettori e/o i militanti) si ribellano al loro ruolo, e capovolgono il gioco, e il riso cambia di bocca. Il PCI sa che le sue vittorie rischiano di rivoltarglisi contro, imponendogli funzioni che, oggettivamente e soggettivamente, non può esplicare, per poi dissanguarlo, benché vampiro di vita, con la realizzazione di momenti irrecuperabili di festa e di gioco e di sovversione e di liberazione. Ma ormai il PCI ha troppo richiesto il potere perché non gli venga imposto: e sarà al massimo il potere di scegliere la forma della sua morte: suicida o assassinato. Purtroppo perché vicino all'epilogo la strategia del recupero sempre più si unifica alla prospettiva della violenza della repressione.

Ed il capitale sta giocando anche questa carta.

Ma anche la repressione è in sé contraddittoria: crea i suoi negatori. Basta stare a vedere come sono andate le cose qui in Italia dall'adozione della strategia del terrore, di cui la data del 12 dicembre è pietra miliare, anche se dopo e prima molti altri pietroni sono stati posti.

Insomma, la libera passione per il gioco rivoluzionario emersa come frenesia nel '68 non è rifluita, non è morta, non si è sclerotizzata: non. si fa catturare e perciò per il potere sembra non esistere: si illude non esista. Certo, questa passione è circondata dalla paranoia (basti vedere l'uso sempre più biecamente strumentale e stalinista del termine " provocatore ": tutti lo siamo o lo diventiamo non appena usciamo dai binari del dissenso programmato e concesso), è aggredita dalla brutalità occhiuta ma acefala del potere e dei suoi amministratori (si va dalla emarginazione sociale alla vera e propria incarcerazione nelle prigioni o nei manicomi, dalla ghettizzazione urbanistica o comportamentale sino alla eliminazione psichica e fisica di cui colpevolmente ci stupiamo ed indignamo sempre meno; il capitale nella sua tensione al dominio totale sulla umanità sceglie l'accoppiata del riformismo recuperatorio e delle tecniche naziste di liquidazione), è blandita, per fini castranti, dalla socialdemocrazia dilagante, ma dietro il sorriso televisivo di Berlinguer si vede minaccioso il fantasma di Noske.

Tuttavia ritengo che il clima di putrefazione sociale, di disgregazione a tutti i livelli, porti continuamente nuova linfa alla passione rivoluzionaria, proprio perché è in gioco l'esistenza di ciascuno e il bisogno di felicità di tutti. E quando avverrà l'esplosione a stupirsene saranno solo i profeti prezzolati di oggi che, non avendo a suo tempo saputo prevedere il cavallone sovversivo del '68-'69, sperano di aver maggior fortuna decretandone il riflusso sine die. Ma allora saranno in molti a dire, parafrasando la celebre esclamazione marxiana: "Ben contagiato, giovane virus!".

Torniamo, se non ti spiace, alle tue esperienze dirette nel '68.

Riccardo: D'accordo, anche se le mie esperienze sono tutte dentro il clima del periodo, con l'entusiasmo e la gioia per la riscoperta della critica, teorica e pratica.

Mi ero trasferito a Milano già nel '67, per tutta una serie di problemi che andavano dal voler vivere situazioni nuove, a questioni poliziesche poiché Lucetta, quella mia compagna di cui ho parlato prima, temeva ritorsioni da parte della sua famiglia in quanto, uscita in licenza dal carcere minorile, era scomparsa per tornare a vivere con me, sino al problema droga che mi si era affacciato durante la carcerazione di Lucetta e da cui volevo assolutamente uscirne; e cambiare ambiente pensavo mi potesse giovare, cosa che peraltro avvenne. Sulla questione "droga" penso che sarà necessario tuttavia dire in seguito qualcosa di più, poiché ha influenzato, anche se spesso indirettamente, molto la mia vita. Non fosse altro che per il fatto che ha permesso il montare delle più turpi calunnie nei miei confronti, che prendevano le mosse dal fatto che io sarei un "drogato" (come vedi quando parlo di emarginazione e ghettizzazione parlo di fatti che ho subito in prima persona). Ed anche perché mi ha condotto per la prima volta in carcere; e quella del carcere, se la vivi nel modo giusto cioè senza sentirsi né martire, né eroe, è un'esperienza fondamentale.

Esattamente per cosa sei stato arrestato ?

Riccardo: Per uso e detenzione di sostanze stupefacenti. Venni condannato a due anni, sei mesi e quindici giorni. Senza alcuna prova, neppure la minima. Avevo soltanto delle chiamate di correo, pilastro e fondamento della repressione legale in Italia. Io negai tutto ma non bastò, come non fu sufficiente neppure il fatto che i miei coimputati che mi avevano accusato in aula avessero ritrattato. Ma lasciamo perdere, di episodi come il mio ce ne sono a bizzeffe, per cui non vale la pena parlarne troppo. In ogni caso mi sono fatto di filato un anno e mezzo di galera e poi sono uscito con il condono del giugno '70 (e non nei modi più o meno avventurosi che i giornali diffamatori hanno scritto recentemente, in occasione del mio ultimo arresto).

Quante volte sei stato in carcere ?

Riccardo: Tre. La prima è stata quella che ti ho appena detto. La seconda volta è stata a Bolzano, per falso in documenti, falso in scrittura privata e roba simile. Sono stato dentro una ventina di giorni poi abbiamo avuto, il compagno che era con me ed io, la libertà provvisoria. Il processo non si è ancora fatto. La terza volta è stato poco tempo fa, nell'aprile del '75 quando venni arrestato insieme ad altri 16 compagni e compagne per associazione a delinquere, incendio doloso (di una sezione del PSDI) e altro. Sono stato tre mesi dentro, insieme agli altri. Al processo i reati sono stati derubricati non so esattamente in cosa, credo danneggiamento aggravato, senza, s'intende, l'associazione per delinquere. 13 compagni sono stati assolti con formule varie; io ed altri tre siamo stati condannati, con la condizionale però, ad un anno e tre mesi. Quest'ultimo fatto fu una pazzesca montatura: s'intendeva colpire soprattutto l'area autonoma e radicale. La canea giornalistica si è lanciata in calunnie vergognose nei miei confronti, al punto che io, pur non credendo minimamente nella "giustizia", ho querelato alcuni giornali, concedendo loro la più ampia facoltà di prova. Questo solo per rendere pubblica e smascherare la loro infamia, il loro tentativo di colpire, attraverso me, il non allineato, il diverso, il rivoluzionario non politico, non legato ai gruppi ed ai rackets. Infatti i calunniatori sono stati indifferentemente grossi organi di informazione così come giornali di gruppi come A.O., M.S. ecc.

In totale dunque sono stato in carcere circa due anni. E ti assicuro che il carcere ha rappresentato moltissimo nella mia crescita, nella mia presa di coscienza.

Ma torniamo al '68. Io allora sostanzialmente provenivo da esperienze di tipo operaistico ed anche in certo senso spontaneistico, come ti avevo già accennato. Dopo aver rotto, insieme a compagni di altre città, Padova e Genova soprattutto, e di Torino, con Classe Operaia quando questo gruppo fece una scelta di tipo entrista nei confronti del PCI, scelta che io non condividevo affatto giudicando già da allora la lotta antisindacale ed antiriformista come parte essenziale nel processo rivoluzionario, continuai autonomamente il lavoro di intervento nelle fabbriche siglando per lo più Lotta di Classe i nostri ciclostilati (giornali, volantini, documenti, ecc.). Lotta di Classe aveva il grosso limite, per altro da noi stessi voluto, di rimanere confinata nella zona di Torino. Per un certo periodo pensammo fosse meglio non tentare neppure di darci una struttura organizzativa di tipo nazionale. Questo essenzialmente per la paura, che tuttavia rischiava di essere paranoia, di perdere il carattere di informalità e di autonomia che questa esperienza aveva per ricascare in quelle pratiche burocratiche e gerarchiche che tanto avevamo criticato nei partiti e nei gruppi. Ma evidentemente ad un certo punto questo isolamento volontario rischiò di sclerotizzarci. Sentivamo prepotentemente il bisogno di confrontarci con altri compagni, con altre esperienze differenti anche se ovviamente non antagoniste alla nostra. Con questo bisogno giunsi a Milano e presi contatto all'inizio soprattutto con vecchi compagni che avevano collaborato a C.O. e che se ne erano staccati non condividendo la scelta filopartito (che in realtà voleva dire PCI) fatta dal gruppo a livello nazionale. Cominciammo a Milano ad intervenire nelle più importanti fabbriche. All'inizio ci firmavano ancora Lotta di Classe, qualche volta con accanto anche il nome Potere Operaio, quando collaboravamo con qualche compagno che si rifaceva all'esperienza di quel Potere Operaio che, nato dalle basi teoriche di C.O. si stava sviluppando autonomamente soprattutto nel Veneto ed in Emilia (embrioni di quello che è stato anni dopo Potere Operaio). Successivamente, anche sulla base dei contatti operai allacciati nel fratempo, editammo un numero unico intitolato Il Gatto Selvaggio che, come già il titolo dice, si poneva nella prospettiva dei Wild Cat strikes cioè le lotte selvagge perché improvvise, ruotanti e soprattutto fuori e contro la logica dei sindacati. Da allora, e per lungo tempo, fummo chiamati "i gatti selvaggi". L'uscita di questo giornale fu un casino. Infatti, un po' piratescamente, avevamo scritto che il giornale era supplemento a Classe Operaia, che non usciva più, con lo stesso direttore, Tolin.

Non avevamo tenuto conto dell'operazione entrista nei partiti ufficiali che alcuni ex-collaboratori di C.O. stavano ponendo in essere né che altri intendevano formare un gruppo autonomo e che comunque entrambe le correnti erano assai preoccupate di essere coinvolte in interventi illegali di questo tipo che ci ponevano all'estrema sinistra del movimento, tradizionalmente inteso, se non addirittura fuori. Sottolineo questo fatto perché da qui storicamente sono nate le prime voci calunniose nei miei confronti. Tal Gasparotto, con qualche altro suo compare, fu il primo a lanciare infamie contro di me: attualmente mi risulta che egli è un sindacalista ed un galoppino del PCI; per ottenere ciò credo che abbia dovuto dare molte prove della sua "lealtà" in senso poliziesco e/o stalinista. Sapendo che ero inquisito per droga scatenò il suo livore moralista affermando sic et sempliciter che ero un drogato, che i drogati sono ricattabili dalla polizia e che, ergo, con paralogismo sillogista, io ero manovrato dalla polizia, ipotesi suffragata dal fatto che non avevo esitato a compromettere il buon nome di C.O. e la sicurezza del suo direttore Tolin con un giornale "pirata", estremista ed illegale. Di passaggio dico che Tolin mai fu incriminato per ciò. Ma tant'è. La calunnia, si sa, è un venticello; queste "voci" sono state riprese successivamente da quei gruppi burocratici e stalinisti cui, volta a volta, l'attività dei miei compagni e mia dava fastidio.

Poco dopo l'uscita del giornale e di altri testi d'intervento che, tra l'altro, ci portarono a durissimi scontri davanti all'Alfa Portello con i sindacalisti (da noi giustamente già da allora definiti " i cani da guardia padronali "), iniziò, con un crescendo continuo l'agitazione degli studenti. D'altra parte io stesso stavo subendo una profonda evoluzione teorica. Mi stavo avvicinando sempre più alle tesi cosiddette consiliari, che avevano avuto una loro prima formulazione nel Comunismo di sinistra (Pannekoek, Gorter ecc., per certi versi Korsch) storico e che erano modernizzate da Socialisme ou Barbarie che tentava di sviluppare una critica della gerarchia come struttura portante del dominio capitalista. Era un reale superamento critico e dialettico del leninismo e del bolscevismo vecchio e nuovo.

Questi sviluppi teorici si combinavano in modo interéssante con la nuova situazione data dalla ribellione degli studenti, che sfuggiva gli schemi interpretativi di un operaismo classico. E ben presto tutti noi avremmo discusso affascinati le tesi situazioniste. Era una svolta. Un primo intervento importante fu un documento di una quarantina di pagine ciclostilate, intitolato, parafrasando Lenin "Chi sono gli amici del potere studentesco?". Purtroppo non possiedo più neppure una copia di questo testo, ma, se ben ricordo, era una critica piuttosto precisa e puntuale delle posizioni, allora assai di moda, che esaltavano la possibilità di un " potere studentesco " che sarebbe dovuto essere un contropotere ma che in realtà non era altro che l'espressione della separatezza del potere e del potere delle separazioni. L'analisi che sviluppavamo ci portava ad esaminare la proletarizzazione crescente e la mercificazione di ogni aspetto della vita che il capitale impone in questa sua fase. Ovvio quindi che si sentisse il bisogno di unificare teoricamente e praticamente queste nuove esperienze di lotta degli studenti con le esperienze operaie che stavano divenendo antilavorative, con il serpeggiare della ribellione e del disagio giovanile come collante del bisogno di riappropriazione della vita che le singole lotte, sia pure in modo ancora separato e balbettante, stavano portando alla luce.

E' in questo contesto che nasce e si determina il CUB Pirelli, primo e tuttora insuperato tentativo di organizzazione diretta proletaria in fabbrica. I suoi limiti ora mi appaiono evidenti, in ciò facilitate dal successivo sviluppo dei vari CUB sempre più cinghia di transizione del partitino Avanguardia Operaia. Già allora A.O. cercava di egemonizzare i CUB, per diffondere le proprie parole d'ordine politiche-sindacali, che altro non erano se non una riedizione del riformismo classico in chiave massimalista. Ma alla Pirelli la manovra di questi ladri di passione rivoluzionaria non riuscì, almeno per un primo periodo. Questo per due fattori: in primo luogo per la presenza di un discreto numero di operai incazzati cui importava assai di più rivoluzionare se stessi e creare collegamenti vivi con altri proletari antiriformisti e antiburocratici che non ottenere piccole vittorie spettacolari all'interno della gabbia sindacale; in secondo luogo per la presenza nel cosiddetto " nucleo esterno" di molti compagni non leninisti, libertari ed anche di tendenza consiliare che portavano decisamente avanti discorsi sulla democrazia diretta, sulla critica della società mercantil-spettacolare che riprendevano insomma gli aspetti ed i temi più significativi emersi dal maggio francese.

Contemporaneamente, come tentativo di coagulo al livello allora più alto possibile, ci fu la nascita di Comunismo dei Consigli, un antigruppo in cui si dovevano confrontare dialetticamente e sviluppare le tesi dei nuclei radicali esistenti a Milano. Praticamente C.d.C. fu la sigla che adottammo solo per un paio di volantini; assai più importante e gravida di sviluppi fu la discussione che si animò tra i vari compagni che vi partecipavano. Comunismo dei Consigli era il punto d'incontro di varie esperienze alcune delle quali successivamente rimasero unitarie (diedero vita a Ludd - Consigli Proletari) mentre altre si svilupparono in maniera particolare ed originale (come la fondazione della sezione italiana dell'Internazionale Situazionista).

A C.d.C. parteciparono essenzialmente tre nuclei autonomi: uno proveniente da esperienze libertarie, che cercava di superare le sacche dell'anarchismo tradizionale senza per altro perderne i significati più marcatamente antigerarchici e antiburocratici (di questo gruppo di compagni ricordo soprattutto Gianoberto Gallieri, Pinki, compagno di grande carica umana); un altro che si rifaceva già da allora all'I.S. e che usciva da esperienze abbastanza velleitarie ed ideologiche come il giornale "S", corifeo dell'ideologia del potere studentesco; alcuni di questi compagni proseguirono nella critica e diedero vita successivamente all'I.S., sezione italiana; un terzo formato essenzialmente da chi si riconosceva in una rielaborazione critica ed in un aggiornamento teorico delle tesi consiliari, ed erano i "Gatti Selvaggi", tra cui, oltre a me credo sia importante ricordare Eddie Ginosa, non solo perché è stata umanamente per me la persona più importante nel periodo, ma soprattutto perché è stato quello che più coerentemente ha sviluppato in modo radicale le tesi di allora nel successivo sviluppo di Ludd; infine tutta una serie di persone, i cosiddetti "Cani Sciolti" che si erano avvicinati alle nostre posizioni o perché attratti dal tipo di lotta portata avanti in Pirelli o perché coinvolti nei casini che istigavamo nelle scuole e nelle università o infine perché interessati alla prospettiva teorica che veniva aperta dalle nostre analisi (e qui è doveroso ricordare almeno Giorgio Cesarano, una delle più nitide, anche se complesse, figure di pratico della rivoluzione e teorica della felicità in armi che proprio in quel periodo si avvicinò a noi scollandosi dal suo ruolo di intelettuale, di scrittore, di uomo di successo per scegliere la semplicità della coerenza radicale, compagna sua in vita e in morte).

Mi sono dilungato sulla composizione di Comunismo dei Consigli e in parte sui CUB Pirelli perché a mio avviso da lì è nata gran parte della forza critica che sta tuttora alimentando, in quanto sua ala coerente radicale, il movimento delle lotte di liberazione in Italia.

1 - 2 - 3 - 4 - 5


nelvento.net - webmaster