Riccardo d'Este

Ed è stato a questo punto che l'arresto ti ha tolto dalla circolazione ?

Riccardo: Esattamente. I fatti che ti ho raccontato, purtroppo in modo confuso, vanno dalla primavera al dicembre del '68, momento del mio arresto. Da tempo avevo addosso il mandato di cattura, ma, dopo un primo periodo di prudenza e di clandestinità, me ne fottevo. Forse volevo farmi arrestare. Più che altro scioccamente mi illudevo di farcela a venire assolto. Mi hanno beccato per una serie di circostanze che vale la pena di raccontare schematicamente.

Noi, come consiliari, cercavamo di radicalizzare il movimento, di portare lo scontro ai punti più reali, cioè di critica pratica della merce, dello spettacolo, dell'ideologia che vi è sottesa. A questo punto si è inserita l'iniziativa di Capanna e compari di " contestazione " alla Scala: i partecipanti a queste buffonate musicali dovevano, secondo il leader " buono " della protesta studentile, essere populisticamente colpiti da pomodori e uova di " pura marca proletaria ".

Noi chiaramente rifiutammo questo tipo d'impostazione e alle proposte capanniste contrapponemmo la tesi che era necessario aggredire lo spettacolo osceno delle merci natalizie che riproponevano l'opulenza formale, per nascondere la miseria reale degli individui. Insomma noi pensavamo fosse maturo il tempo di criticare praticamente la merce, riappropriandocene per il suo valore d'uso attraverso il saccheggio e liquidandola per il suo valore di scambio e di spettacolo attraverso la distruzione. Io stesso tenni un breve comizio in Galleria. Ci furono molti episodi il più importante dei quali fu il tentativo, parzialmente' riuscito, della distruzione dell'albero di Natale ! Però l'episodio ebbe un suo seguito. In molti fummo denunciati per i fatti. A mio carico c'era addirittura, come mi fece vedere la pessimanima Calabresi successivamente in questura, tanto di foto che mi ritraeva con un pezzo di albero più grande di me. Comunque non fui beccato immediatamente. Però le mie foto circolarono su alcuni rotocalchi e, secondo ciò che mi disse un funzionario della squadra politica di Milano, da Torino giunse una telefonata ufficiale alquanto scazzata in cui si chiedeva agli sbirri milanesi se conoscevano il tipo ritratto nella foto. Alla loro risposta affermativa ("sì, è d'Este, uno studente estremista") pare che i torinesi abbiano dato in escandescenze (" ma quello lì non sapete che ha un mandato di cattura per droga?"). Sempre secondo il mio testimone, pare che ci sia stato un po' di casino alla questura di Milano: dovevano trovarmi il più presto possibile per non fare proprio la figura degli incapaci. Mi trovano in neppure una settimana, e ciò solo perché rimasi tappato in casa per via di una bronchite. Alla mia prima uscita mi recai ad una riunione editoriale dalla ED 912 e poi in Statale. Lì mi individuarono ma non ebbero, vista la mia " popolarità ", il coraggio di fermarmi: mi seguirono fin sotto la casa della ragazza con cui vivevo allora, in Vigentina, e lì finalmente, tra il brusco e il gentile, mi "assicurarono alla giustizia".

In questura interrogatorio penoso. Calabresi, spalleggiato dal tristissimo Allegra cercò di blandirmi, promettendomi il rilascio e 24 ore per dileguarmi se gli avessi confidato chi erano gli autori di alcuni recenti attentati (la Biblioteca Ambrosiana, la Citroen ecc.).

La montatura contro gli anarchici stava già prendendo corda. Mi chiedevano di incastrare qualcuno di quelle "teste calde", io che, secondo loro, ero "un serio teorico". Io chiesi da bere, da mangiare e da fumare garantendo che avrei detto tutto ciò che sapevo in merito alla faccenda. Consumati cibi e bevande ed intascato il pacchetto di sigarette mi permisi di provocare dicendo: "vi ho promesso di dire tutto quello che so, e mantengo la promessa: non so niente". Ecco, questa è una tattica che consiglio di non usare mai in questura. D'accordo, mi ero divertito a fare il furbo; nelle ore successive ebbi di che pentirmene.

Per fortuna, ore dopo, mi portarono a San Vittore. Finiva, finalmente !, l'incubo questura, ma cominciava la realtà carcere.

Tutto sommato anche in galera, proprio perché si vive al centro di una disumanità imperante, si possono avere rapporti vivi, creativi, erotici (non si confonda con sessuali), rivoluzionari. In questo sono stato fortunato. Ma la fortuna sono andato un po' anche a cercarmela, subendo magari ma non accettando mai, e, quando possibile, ribellandomi insieme ad altri vivi.

Alcuni degli incontri più importanti li ho avuti in carcere. Ho passato molte carceri in un anno e mezzo. Sino al "terminal" di Volterra, che allora veniva definito come "l'inferno dei vivi". In questa definizione c'era del vero; ma conteneva anche l'opposto; perché, appunto, c'erano i vivi. Qui, in questa deriva imposta, ho conosciuto uomini che tutt'ora sto vivendo anche se separati da chilometri e da sbarre: uno per tutti, Sante Notarnicola, uno dei compagni più dolci e più forti della mia esistenza; non riusciranno mai a ruolificarlo come detenuto né a spettacolarizzarlo come leader: è troppo intrinsecamente partecipe della classe universale, la classe umana.

Tornando a me, pochi giorni dopo l'arresto, venni condannato con un processo-farsa. La mia colpevolezza, secondo la sentenza, era già indicata dalla mia "asocialità", dalla mia "propensione al rifiuto di ogni ordine costituito". Mi sembrava ridicolo ma non era uno scherzo. Dovevo farmi due anni e mezzo abbondanti. Se ho risparmiato un anno il merito è solo del caso, che ha fatto capitare il condono durante la mia detenzione. D'altra parte perà non rinunciai neanche per un attimo alla vita, alla ribellione.

Eravamo riusciti, con gabole varie e soprattutto appoggiandosi al nostro ambiguo status di studenti, a metterci in cella assieme io ed altri due ottimi compagni, Fabio Francardo e Panco Ghisleni. Il rapporto che riuscimmo a vivere in quella cella fu un superamento pratico della miseria carceraria. Durò poco, tuttavia ancora oggi lo ricordo come uno dei periodi più fecondi della mia vita e, perché no?, più felici. Non a caso fummo al centro della rivolta proletaria, libertaria e soprattutto umana che nell'aprile del '69 sconvolse e distrusse le carceri Nuove di Torino. Non posso né voglio, per ovvi motivi, specificare la funzione che la nostra cella ebbe nel processo rivoltoso. A titolo indicativo basti sottolineare il fatto che riuscimmo a far diffondere, con la forza evidentemente, un nostro documento dagli sbirri dentro il carcere (loro stessi lo avevano ciclostilato! ); che personalmente riuscii a leggere alcuni comunicati stilati dall'insieme dei detenuti attraverso la radio ufficiale ed interna del carcere: il tutto richiese un po' di applicazione e di forza da parte nostra. Lì saltò fuori padre Girotto, fratello mitra, infame provocatore e spione che fece arrestare per la prima volta Renato Curcio ed altri militanti delle BR. Anche nell'occasione della rivolta carceraria del '69 egli si mostrò per ciò che realmente è: un provocatore, uno sbirro, un recuperatore, un assassino del desiderio rivoluzionario. Già allora, e pubblicamente, si oppose alle tesi radicali predicando, fratello iena, il compromesso, il cedimento, la capitolazione, ricattando ad uno ad uno i detenuti più deboli e ricattabili, parlando col suo slabbrato accento piemontese ("Martini c'è tua moglie che ti aspetta; ancora un po' ed avrai la grazia; non deluderla; Ferrero, tua mamma piangeva, è vecchia, farebbe fatica a venirti a trovare alle isole; Cumini, ti mancano solo poco più di sei mesi, cosa vai cercando? Questi casini li vogliono gli studenti maoisti che tanto a loro il vaglia ed il pacco ci arriva sempre; Lízzio,...." ). L'infame si avvaleva della sua qualità di ex-detenuto, per altro già allora infame, e del suo schifoso saio per incastrare e castrare la lotta ed il suo piacere. Noi allora rispondemmo per le rime; purtroppo il lurido frate trovò più ascolto di quanto pensassimo. Dispiace che le BR non abbiano preso le sufficienti informazioni!

All'inizio ci fu il tentativo di incriminarci, Fabio, Panco ed io. Tra l'altro alcuni rotocalchi, tra foto del frate spione, uscivano con titoli tipo " studenti maoisti incarcerati per droga dirigono la rivolta". Pare però dal ministero stesso sia venuta una controindicazione: "bisogna che questa sia una ribellione di detenuti che vogliono il cesso, la doccia ecc. e non una parainsurrezione rivoluzionaria. Incastriamo, e colpiamo severamente, quei detenuti di cui abbiamo prova certa, testimoniale, fotografica, che abbiano materialmente partecipato alla distruzione del carcere; i "politici",. se non ci sono prove, lasciamoli perdere che sennò ci fanno più danno che utile". Queste sono notizie che non posso provare ma sono certo essere vere, vista la fonte da cui provengono (il padre di uno di noi, noto cattedratico). Così ci hanno lasciato perdere ed hanno invece colpito un sacco di compagni in gamba ma sfigati, sia perché protetti da nessuno sia perché si sono fatti vedere da. tutti "in azione". Tipo Enzino Lucchesi, dolce e bravissimo compagno che ha rincorso con la spranga di ferro il direttore per massacrarlo, purtroppo davanti a 150 persone fra carabinieri, poliziotti e magistrati. Lui, come altri, si sta pagando quell'esplosione di gioia e di vita con anni di buio e di solitudine; di galera.

Ghisleni ed io siamo andati al processo a testimoniare a favore, abbiamo detto che se dovevano colpire qualcuno allora dovevano colpirci tutti. Non era neocristianesimo, sacrificio. Ma semplice volontà di non lasciar passare sotto silenzio la vita che dalle carceri urge, e che impone scelte drastiche a tutti: o la sopravvivenza organizzata, di cui il carcere è espressione, o la vita reale, che è rischio ed avventura.

Potrei raccontarti un sacco di altri episodi di galera. In tutte e tre le carcerazioni.

Le intimidazioni, le botte (me ne sono prese a basta a Brescia prima di finire a Volterra), il senso di vuoto e di inutilità che ti prende alla bocca dello stomaco. Ma c'è gioia, c'è felicità nel ribellarsi, nel riconoscersi nello stesso sorriso, disperatamente umano, del tuo compagno con cui dividi le ore anche se prima non ne conoscevi neppure il nome.

Ho visto lo schifo della produzione fatta fare, con ritmi forsennati, agli operai detenuti, i negri bianchi, obbligati a tutto accettare poiché, se non con la forza, nulla possono richiedere o imporre.

Ho sentito il silenzio agghiacciante di Volterra, rotto solo da passi ancor più agghiaccianti poiché in ogni momento, potevano preannunciare ulteriori violenze che spesso apparivano come fini a se stesse, cioè con il mero scopo di intimidire e terrorizzare. Era il disegno capitalista di sottomissione di tutti gli individui, cui si richiedeva di partecipare al jeu du massacre con la loro stessa esistenza fisica. Da ciò si spiegano i numerosi gesti di ribellione individuale o di piccoli gruppi, spesso autolesionista se non addirittura suicida che senza il contesto del terrore continuo espressione volta a volta dalla brutalità più ottusa o dal mutuo terrore fatto circolare attraverso allusioni e consolidato nella organizzazione stessa della sopravvivenza carceraria.

Insomma dalle esperienze di carcere ho imparato a non nutrire alcuna illusione sulla reale capacità distruttiva ed antiumana della società del capitale che, di fronte al montare crescente della rabbia dei proletarizzati, mostra le unghie e i denti, per perpetuare il proprio dominio, il che ormai comporta sempre più l'annichilimento dei ribelli e l'irregimentazione di tutti nella sacra triade: produzione, consumo, sopravvivenza, il tutto condito da briciole di speranza e di " impegno ", quasi a sottolineare la funzione sociale importantissima che ha assunto l'ideologia come raffinato strumento di un'oppressione.

Come hai risolto il problema della sopravvivenza quotidiana ?

Riccardo: Piuttosto male. Esistono sempre meno, specie in situazioni di crisi, lavori marginali, che non richiedano una qualificazione precisa e che soprattutto non ti richiedano una forte partecipazione ideologica. In passato ho svolto anche dei lavori continuativi, tipo l'insegnamento che ho poi abbandonato perché mi era insopportabile il ruolo dell'insegnante e la struttura stessa della scuola. Ho collaborato anche con delle Case Editrici con traduzioni, correzioni di bozze ecc., attività che tuttora svolgo marginalmente. Ma anche in questo caso è necessario, per ottenere dei lavori, intrattenere buoni rapporti sociali con chi conta, spacciare un'immagine "interessante" di te: puoi anche fare l'eccentrico, l'enfant terrible; quello che non ti è permesso è cercare di essere così come sei, magari "uomo senza qualità", visto con le qualità riconosciute in questo sistema di valori non sono quelle della vita reale, bensì dello spettacolo ideologico e sociale.

Mi andrebbe anche bene fare un lavoro stabile, subordinato (non credo nei lavori " creativi ": sono quelli in cui più alto è il livello di partecipazione allo sfruttamento, di cui si diviene complici in nome del senso di responsabilità). Ma non -riesco a trovarne, anche perché sono oramai " marchiato ", a causa dei miei vari processi; nessuno vuole avere un sovversivo tra i piedi.

Per cui me la cavo come capita. Ho avuto un po' di quattrini dalla morte di mio padre, ma sono finiti molto in fretta. Ora reperisco i fondi per sopravvivere nelle maniere più svariate, così come la creatività mia e dei miei compagni ci suggerisce. Tuttavia conto in breve di mettere in piedi una qualche attività che mi permetta di avere un reddito costante, poiché vivere "di espedienti " (secondo il linguaggio burocratico-poliziesco che non esprime la complessità del reale, bensì la cela) è piuttosto faticoso e si rischia di perdere troppo tempo. Infatti credo che perdere il meno tempo possibile sia uno degli obiettivi centrali nella scelta di una attività a fine di lucro, più che non la "piacevolezza" ó simili, che comunque non esistono. Ed il tempo che si impiega non è sempre quello strettamente dedicato al lavoro; spesso devi essere il manager di te stesso, e ciò è intollerabile. Prendi l'intellettuale, l'artista ecc. Sembra che lavorino poco ed a livelli privilegiati; in realtà spesso rischiano di lavorare a tempo pieno, poiché anche il loro mangiare, parlare, andare al cesso o fare l'amore divengono momenti produttivi. Di ideologia. E sappiamo bene come oramai la produzione di ideologia-merce stia assumendo la rilevanza della produzione di merci materiali propriamente dette.

 

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