Riccardo d'Este

Tu sei stato sposato, hai divorziato, hai vissuto a lungo more uxorio con varie donne. So che negli ultimi anni hai avuto una lunga relazione che mi pare sia stata molto importante per te, intendo quella con Dada con cui però adesso non stai più. Dopo queste esperienze cosa pensi dei rapporti di coppia?

Riccardo: E' un casino, soprattutto perché ogni singolo rapporto ha rappresentato qualche cosa di specifico, di originale; insomma è stata storia a sé. Ed anche le tracce che mi sono rimaste variano da storia a storia; non a caso con alcune donne che ho amato sono rimasto in rapporti interessanti, mentre con altre non c'è nulla da dirsi, quando addirittura non è subentrato astio o risentimento, da una parte o dall'altra.

Il mio matrimonio è stato un errore sin dall'inizio, già nelle motivazioni. Infatti quando Piera, la ragazza che è stata poi mia moglie, ed io abbiamo deciso di sposarci, il nostro rapporto era già in fase calante, l'intensità delle tensioni si stava affievolendo, soprattutto da parte mia.

Per me il matrimonio è stato essenzialmente un gesto umanitariovolontarista. Ti spiego. Piera aveva delle forti turbe psichiche, e non delle cose di poco conto, non delle nevrosi, ma una vera e propria psicosi.

Infatti quando abbiamo deciso di sposarci lei era in una casa di cura, e non era la prima volta, né sarebbe stata l'ultima. La sua situazione familiare l'opprimeva molto, faceva decisamente peggiorare il suo stato mentale; il matrimonio era praticamente l'unica soluzione che le si offriva per potersene andare via da casa, anche visto che era piuttosto giovane (19 anni), senza quattrini, senza lavoro e senza capacità specifiche per ottenerne facilmente. Non solo, ma il medico curante, di cui io avevo una discreta stima, quando seppe che Piera era incinta mi consigliò vivamente di sposarci e di tenere il bimbo: riteneva potesse funzionarle da stimolo per uscire dalla sua apatia, dal suo autocompiacimento di " malata ". Ora credo di avere le idee assai più chiare relativamente alle cosiddette " malattie mentali "; allora no: ritenevo fosse sufficiente la buona volontà ! Per una specie di inconsapevole masochismo intendevo "sacrificarmi", aiutarla a "salvarsi", non rendendomi conto che da queste premesse non si sarebbe riusciti mai a costruire un rapporto reale e radicale. Mi ponevo come militante full time: infatti non mi limitavo all'impegno politico (operaistico) o al lavoro di ufficio (avevo un regolare impiego di ore 8) ma estendevo la mia " militanza " a tutta la mia giornata, proprio perché cercavo di guarirla, sforzandomi di risolverle anche i problemi più banali, come ad esempio dare la pappa al bimbo o cambiarlo, cose che facevo non tanto per il piacere intrinseco di farlo, quanto piuttosto perché lo consideravo una specie di mio dovere. La cosa non poteva durare, e , non durò. Tanto più che avevamo assai poco in comune, sia come interessi che come stile di vita. A Piera sono tuttora affezionato, anche se non la vedo quasi mai; ma il bilancio di quell'esperienza è senz'altro fallimentare. Quando ci siamo divisi mi sentivo veramente esaurito, sfiancato. Tuttavia questo rapporto mi è stato ugualmente utile, soprattutto perché mi ha fatto capire quello che un rapporto, se vuole essere realmente erotico e creativo, non deve essere.

In questo senso assai più importanti per me sono state le storie che ho vissuto successivamente a partire dal rapporto con Lucetta che purtroppo però fu avvelenato dalle squallide iniziative dei suoi genitori, di cui ti ho già parlato. E, non a caso, con Lucetta è continuato un rapporto di affetto e di stima anche dopo che non c'era più amore tra noi. Dico non a caso poiché ritengo che un amore più è radicale, più è onnicoinvolgente e più facilmente, quando si spegne come amore vero e proprio, lasci lo spazio per continuare a conoscersi, per sviluppare una effettiva solidarietà ed un autentico scambio di esperienze.

Questo lo vedo soprattutto con Dada. Siamo stati assieme più di quattro anni, con alti e bassi, si intende, ma senza mai scadimenti eccessivi, senza mai meschinerie. E' stato un amore che mi ha fatto crescere in tutti i sensi, facendomi vivere la passione come gioco e come passione per il gioco. Dada ed io siamo realmente vissuti insieme, non abbiamo soltanto coabitato o spartito lo stesso letto. Certo, ora è finita come passione, ma è rimasto un amore solido, fondato non solo sulle esperienzee comuni ma anche sulla volontà di realizzare analoghi progetti. Rimane e si sviluppa il comune amore per il comunismo. E ciò non solo non mi ha castrato nei rapporti successivi, ma al contrario mi ha stimolato notevolmente. Tra l'altro, come sempre dovrebbe avvenire anche se purtroppo spesso non è così, la passione si è affievolita in entrambi contemporaneamente ed entrambi siamo stati fermamente decisi a non attaccarci all'affetto, all'amicizia, alla stima per mantenere artificialmente in piedi un rapporto che doveva invece ristrutturarsi per non morire; e la nostra radicalità con lui. Certo, molto spesso la nostra esistenza in comune era inquinata da miserie di coppia, quali ad esempio la gelosia e i timori "abbandonici". Ma credo sia un processo assi lungo, quello che deve condurre alla liberazione complessiva e reale, senza miti o prefigurazioni o illusioni. Lo stesso sento ora che vivo con una compagna, mia coimputata per l'incendio al PSDI (lei però è stata assolta). Stiamo insieme da quando sono uscito di prigione in luglio, per cui è ancora presto per cercare di fare dei bilanci; e poi non credo che i bilanci servano a qualcosa.

E' più importante lanciarsi completamente nell'avventura, lasciarsene prendere, viverla sino in fondo senza tempi morti o spazi "di parcheggio". Evidentemente il rischio di scivolare nella coppia sussiste sempre, ma non esistono antidoti, se non amare se stessi e l'altro così come si odia e si aggredisce l'esistente sociale. A questo punto, come posso definirti ciò che penso riguardo ai rapporti amorosi ? Penso soprattutto che non esistano ricette universali e che il solo tentare di darsi degli schemi è già condannare a morte, o meglio a sopravvivenza, l'amore stesso, riducendolo a rappresentazione di sé. Mi lasciano assai perplesso e critico i rapporti che si autodefiniscono "liberi", poiché spesso non è di libertà che si tratta ma di superficialità, di scarsa forza per andare dentro alle cose. Ora c'è la tendenza a sostituire la sublimazione repressiva con la desublimazione altrettanto repressiva. Con la scusa di liberare il sesso, troppo spesso si imprigiona l'erotismo. Ed è l'erotismo che mi interessa, è l'erotismo che può far esplodere la tua creatività, la tua rivolta resa cosciente dai livelli di piacere già raggiunti.

Parliamo di dominio reale del capitale; ed allora dobbiamo sapere che vuol dire antropomorfosi del capitale, che il capitale si fa uomo e vive dentro ciascuno di noi. Ogni momento del vissuto è teatro di furiosi scontri: i rapporti d'amore non vi si sottraggono. Perciò odio chi finge di essere già completamente liberato; possiamo aspirare ad essere dei rivoluzionari coerenti, ma non possiamo essere rivoluzionari già ora, senza rivoluzione. Non ha senso.

Troppo spesso ho visto farse indegne, in cui per fingere di attaccare la coppia in realtà la si restaurava nel suo senso più profondo: che è quello dell'amministrazione. Cosa importa se si "tollera", ed in questo termine c'è già segnata tutta la miseria della situazione, che il proprio partner abbia rapporti sessuali con altri, se non cambia il rapporto di reciproca amministrazione?

Talvolta si amministra di più la "coppia allargata" che non quella cosiddetta "fedele". Non è un paradosso. E' che nei rapporti cosiddetti "aperti" si mette già in conto che più di tanto non si può ottenere; insomma ci si castra volontariamente, si imbriglia la passione, e si amministra se stessi, l'altro, l'amore. Io voglio tutto. Sono disposto perciò a rischiare tutto.

Certo, essendo contrario ad ogni tipo di amministrazione sono ostile al chiuso della coppia; ma per me coppia non è semplicisticamente due persone che stanno insieme ed insieme fanno l'amore.

Può esserlo come non esserlo. Per me la coppia, ed al termine dò sempre una connotazione negativa, significa coazione a ripetere, accontentarsi e sperare, allargare la propria solitudine al partner, illudendosi di sfuggirla. Ed è la noia, l'abitudine, la routine. L'amore diventa produttivo di interesse. Ed a questa noia non si sfugge certo con il "divertimento". Cos'è il divertimento se non l'affannosa rincorsa al tempo, per "farlo passare", come si dice ? Mentre il piacere è già il tempo, il tempo della ricostruzione della propria identità, della creazione della propria avventura. La passione amorosa tende ad identificarsi con il piacere, pur non esaurendolo. Per cui la durata di una passione è data solo da se stessa, dalla forza che sprigiona.

E spesso si incontra la possione in rapporti che la morale cristiana e la ragione illuminista definisce "morbosi", poiché è sempre morboso, e contagioso, ciò che sfugge dalla fissità del totalitario per avventurarsi sul terreno vietato del totale.

Insomma, io non ho paura di avere un rapporto con una donna sola se questo mi riempie completamente; non tollero rapporti anche con più persone se mi lasciano dei vuoti dentro. In questi casi è meglio la solitudine, se portatrice di chiarezza, che non la comunità fittizia, sia essa nascosta sotto la mistificazione di "amore", di "amicizia" ecc. o venga espressa dal clan, dal gruppo, dal racket.

Vorrei chiederti un'ultima cosa. Prima mi hai parlato di droghe. Cosa ne pensi? E come pensi si concili l'uso di droghe con la coerenza rivoluzionaria?

Riccardo: Siamo nel boom della droga, che è veramente uno degli esempi più chiari di merci ad alto contenuto ideologico. Da un punto di vista medico può anche essere plausibile una differenza tra droghe leggere e droghe pesanti, differenza che si stempera e tende ad annullarsi se le si esamina relativamente al loro contenuto ideologico. Anzi, esaminando le motivazioni dei vari consumatori, mi pare sia più possibile di superamento chi usa droghe pesanti, poiché il suo è un gesto di disperazione, di rifiuto, anche se tutto in negativo ed ancora dentro l'ideologia, dell'esistente sociale; mentre i fumatori troppo spesso si baloccano con miti assurdi, tipo che lo spinello ti aiuta nel processo di liberazione, di realizzazione della tua umanità, il che è palesemente assurdo.

Il fatto è che nella società antiumana del capitale tutto è droga, poiché è l'ideologia ad essere il moderno equivalente generale che si affianca a quello tradizionale (il denaro), non lo nega, anzi lo riafferma. Non si vede gente assuefatta addirittura al lavoro? Non scherzo; ci sono molti casi di gente che costretta alla pensione comincia a morirsi addosso per una progressiva crisi di astinenza di lavoro. Ed esempi se ne possono fare di ogni tipo. Lo sviluppo massiccio del consumo di droga non è che un sintomo esplicito del disagio generalizzato, dell'impossibilità di essere umani in un contesto in cui l'uomo è capitale. Non esistono vie di uscita all'interno dei terreni concessi da questa società. Contrapporre al drogato il "serio militante comunista", come vogliono fare i Loyola moderni del M.S. o di A.O. o simili, non è solo moralistico e sciocco, è soprattutto mistificatorio ed esorcistico: ad un tipo di droga se ne sostituisce un altro.

Anche per esperienza personale posso dirti che l'uso di droga esprime spesso un radicale bisogno di vita che non sa trovare le sue armi, e perciò si rivolge contro se stesso, è disperata oscillazione tra desiderio di comunità reale e pulsione tanatica. In una società come la nostra in cui la morte viene sempre esorcizzata, in cui si cerca di allungare la durata della vita peggiorandone sempre più la qualità, ecco che spesso, proprio accanto all'esplodere dell'insofferenza, crescono pratiche autodistruttive, perché la morte, mai citata, diviene presenza costante nella sopravvivenza. E in molti casi, il drogato è un suicida che si compiace di assaporare lentamente la propria morte. Quindi non, è questione di curarlo, di guarirlo (per farne che?); si tratta invece di far scoppiare le sue contraddizioni, prima tra tutte quella tra il suo desiderio di vita e di piacere e le sue pratiche mortifere; si tratta insomma di guarirci tutti dalla droga delle abitudini, della noia, della non-vita. A quel punto che uno talora ami usare delle droghe avrà la stessa rilevanza che oggi ha che uno beva o non beva la birra.

In questo senso ritengo che la coerenza rivoluzionaria si concili, per così dire, solo con se stessa e che l'intolleranza radicale che ne consegue sia la vera critica di ogni assuefazione.

 

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Riccardo d’Este è morto il 19 febbraio 1996. Queste pagine sono in suo ricordo. I suoi scritti, le sue poesie, le sue lettere saranno raccolte in questa sezione del sito nel vento.net con la collaborazione di coloro che vorranno condividere questo progetto, nella convinzione che quanto vissuto e scritto da Riccardo sia ancora un efficace contributo alla critica radicale e al sovvertimento dell’esistente.
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