Riccardo D'Este

LEGALIZZAZIONE PARADIGMA DELLA SIMULAZIONE IDEOLOGICA

La confusione è di vari tipi e possiede spesso caratteristiche diverse, ma, checché ne pensasse il Timoniere nuotatore, assai di rado crea una situazione eccellente. Almeno per i rivoluzionari. Di solito la confusione serve al potere e lo serve.

La confusione, inoltre, è terreno di base di un movimento che in tempi non lontani venne definito dai radicali come del confusionismo interessato; natura­mente si tratta di un movimento non dichiarato, ma, del pari, non silenzioso, informale e trasversale al tempo stesso. I confusionisti interessati si applicano a campi diversi ma con analoga disposizione politica dell'animo: impedire il disvelamento delle radici della realtà e quindi impedirne, o almeno ritardarne, il rovesciamento.

La cosiddetta battaglia per la legalizzazione delle droghe è un tipico esempio di confusionismo interessato. Si parte dalla chiara, savia e sacrosanta esigenza di contrapporsi al proibizionismo, che tanti guasti ha determinato e determina (ma non alla merce), per giungere a spacciare come ipotesi di libertà e di liberazione delle nuove forme di regolamentazione autoritativa ed autoritaria.

Varie sono le sfumature dell' ipotesi di legalizzazione e non è certo il caso di esaminarle qui partitamente: lasciamo volentieri questo còmpito ai cosiddetti specialisti ed alle loro oziose disquisizioni. Vediamo piuttosto il nucleo centrale del programma politico, perché di politica si tratta, riguardante la legalizzazione.

Anzitutto va sgomberato il campo da un equivoco linguistico di cui i confusionisti interessati spesso si servono. Cosa vuol dire legalizzare? Secondo un dizionario frequentabile (Devoto-Oli, ed. Le Monnier, Firenze) significa "ricondurre sotto il segno dell' ordine o della disciplina legale". La legalizzazione significa, perciò, la restaurazione dell'imperio della legge su territori che in una determinata fase in qualche misura vi si sottraggono o ne sono avulsi. In concreto, per quanto riguarda le droghe, significa razionalizzarne il consumo in base a precise leggi ed a controlli che da esse discendano. Ancor più in concreto, fra gli abolizionisti fautori della legalizzazione, l'ipotesi prevalente è questa: liberalizzazione delle droghe cosiddette leggere (e liberalizzare, sempre secondo il Devoto-Oli, vuol dire "render libero, abolendo una programmazione, o eliminando norme restrittive o divieti", com'è per l'appunto nel caso delle droghe) e legalizzazione, cioè statalizzazione, delle droghe cosiddette pesanti. Non preoccupiamoci troppo delle droghe liberalizzate: sarà solo il mercato a dimensionarne costi e consumi. Per quanto riguarda invece la legalizzazione, che noi non a torto preferiamo sempre definire statalizzazione, il discorso è assai più complesso ed implica la corresponsabilità di diversi agenti.

La legalizzazione vorrebbe rivolgersi soprattutto, anzi essenzialmente, ai "drogati" cronici, a quelli che vengono definiti tossicodipendenti. Le finalità sono dichiarate: togliere dalle strade questi soggetti, render loro accessibile (più o meno) l'uso della sostanza pr­ferita, liberarli da spese esorbitanti, ridurre quindi il tasso di microcriminalità o di prostituzione a cui spesso i tossicodipendenti sono costretti per pagare i salatissimi prezzi delle sostanze, colpire così il mercato nero, le varie mafie, il tessuto dell' indotto eccetera eccetera.

Quanto esposto qui sopra, che riassume assai onestamente le tesi sostenute dagli impavidi legalizzatori, è, ad una prima lettura, un coacervo di sciocchezze e, ad una seconda, il miserabile tentativo di regolamentare autoritativamente quanto oggi sfugge al controllo sociale imposto e può determinare "schegge impazzite".

In primo luogo, la giurisprudenza non riguarda, ovviamente, soltanto i consumatori cronici, ma tutti i consumatori, come tutti gli spacciatori eccetera. La modifica proposta è sostanzialmente di questo tipo: con un cambiamento della legge, il tossicodipendente non solo non sarà punibile ma potrà recarsi in appositi centri (medici, ambulatori, strutture di sostegno eccetera) dove, riconosciuta la sua tossicodipendenza, gli verrà concessa una sorta di drug card in grado di permettergli l'acquisto di una certa quantità della sostanza a lui cara a prezzo calmierato, cioè statalizzato, in vendita presso spacci autorizzati (si suppone possano essere le farmacie). Un simile provvedimento sottrarrebbe ai rigori della legge soltanto chi si rivolgesse ai suddetti centri, comprasse la roba statalizzata e solo quella, si facesse schedare ed accettasse tutto ciò. La demenza di una simile ipotesi, che demente non è bensì riformi sta-autoritaria, salta agli occhi. Riguarda soltanto i tossicomani, in particolare eroinomani - perché per la cocaina, per non parlare di altre sostanze, è molto più difficile stabilire il grado di dipendenza ­ormai conclamati e che non hanno più alcun problema nel farsi schedare, nel perdere ore nelle code negli ambulatori eccetera. Tutti gli altri sarebbero comunque fuori e fuorilegge. Non solo. Ma anche i primi non sarebbero al riparo da sanzioni amministrative o addirittura penali. Infatti c'è da credere che molti non sarebbero soddisfatti, almeno non tutti i giorni, della dose consentita loro da medici, operatori, assistenti sociali, farmacisti e preti e che quindi si rivolgerebbero, per una sorta di "integrazione", al mercato clandestino. C'è da credere inoltre che non tutti, e non tutti i giorni, amerebbero le code e le attese (il tossicomane è paziente, ma sino ad un certo limite e, soprattutto, quando non può fare diversamente, come ha ben dimostrato la somministrazione controllata del metadone) e, se con soldi in tasca, rapidamente si rivolgerebbero ad altri centri di spaccio, ancorché non autorizzati. I secondi, vale a dire i consumatori occasionai i o anche quelli abituali ma non di eroina, non avrebbero alcun vantaggio a ritrovarsi nella penosa situazione di ricorrere a questi centri legalizzati. Per celia, ipotizziamo una situazione estrema. Un giovane si rivolge ad uno di questi centri. Passati i "filtri" dei vari operatori sociali, morali e clinici infine riesce a raggiungere lo spacciatore capo: il medico. Il dialoghetto immorale è immaginabile. «Lei è qui perché vuole drogarsi, vero?» «E perché sennò?». «Che sostanza usa attualmente ed in quale quantità?». «Nessuna, ma voglio provare ics, ipsilon e zeta». Apriti cielo. Quale medico mai concederebbe una droga legalizzata a chi gli facesse un discorso simile? (Va da sé che nessun tabaccaio chiede quante sigarette e di che marca ha già fumato il richiedente, e lo stesso vale per lo spacciatore di alcol o di automobili eccetera.) A ragione si può sostenere che, anche a legalizzazione avvenuta, soltanto un numero minimo di consumatori di droghe se ne potrebbe avvantaggiare e, per di più, che molti di essi rischierebbero di incorrere in sanzioni tutte le volte che acquistassero al "mercato nero".

In secondo luogo, e già notevolmente sgrossato il numero dei potenziali fruitori della statalizzazione rispetto al numero globale dei fruitori, va considerato l'aspetto del peso morale che una simile normativa graverebbe sui singoli soggetti. Per ottenere lo spaccio controllato della sostanza dovrebbero giocoforza entrare in una particolare categoria di cittadini, quella dei "drogati". E' pur vero, come sostengono i solerti legalizzatori, che potrebbe rimanere un rapporto per così dire privato tra il fruitore ed i centri di assistenza e di spaccio, in certo qual modo anonimo, senza che sia necessario stampare una siringa gialla sui vestiti dei drogati, ma è altresì vero che il peso psicologico sarebbe comunque enorme e con altrettanto grave senso di impotenza, come sa chiunque abbia frequentato o studiato la distribuzione statalizzata del metadone. Il potere del medico e dell' operatore sociale diverrebbe gigantesco (addirittura maggiore di quanto non lo sia già, e già è abnorme e causa di molteplici danni), eccitando alla piaggeria ed alla menzogna, incitando alla reciproca delazione («Perché a me date solo x di sostanza, quando ad Achille ne date x + y, mentre io so che Achille comunque si rifornisce quotidianamente anche da Mariotto? Perché viene concesso tot di sostanza a Leoluca, quando io so che poi una parte la rivende a Fermino, che non vuole sputtanarsi andando ai centri?»). Ben si sa che la società neomoderna ha come suoi capisaldi "morali" l'adulazione, la falsifi­cazione e la delazione diffusa, ma è oltremodo grave che queste forme vengano proposte sotto sotto anche dai tardogarantisti. Non dimentichiamoci che la prima forma di "pentitismo" previsto legalmente è stata proprio riguardo alla materia "droga", per cui lo "spacciato" poteva ottenere considerevoli vantaggi denunciando lo spacciatore, che, magari, a sua volta, era lo spacciato di altri e così via. Il territorio della droga, in quanto merce per eccellenza, è un terreno di avanguardia anche per le miserabili pantomime del Diritto.

In terzo luogo, per quanto sin qui detto, risulta di ben scarso peso un' argomentazione cardinale dei fautori della legalizzazione, e cioè che con la sua en­trata in vigore si toglierebbe il terreno sotto ai piedi agli spacciatori ed alle mafie. Il mercato attuale è costituito solo in piccola parte da persone che accetterebbero la trafila e la normativa per ottenere la droga statalmente spacciata. Si può addirittura ipotizzare ragionevolmente un apparente paradosso: con la statalizzazione tenderebbe ad aumentare il mercato nero o, per lo meno, il prezzo al mercato nero. Affinché non si pensi che giochiamo sempre alle esagerazioni o alle provocazioni, si segua il ragionamento. Un certo numero, relativamente basso, di consumatori di droghe si reca nei centri appositi, ma la loro (apparente) assenza dal mercato non riesce a calmierare il medesimo, anzi. Chi si rivolge al mercato nero è in condizioni di particolare sfavore: mentre adesso è in certo senso nascosto e protetto dall' ampia schiera di clienti, poi si autodenuncerebbe subito come uno che, per le ragioni più svariate, da questi centri non vuole passare o uno a cui le quantità fornitegli legalmente non bastano. La legalità degli uni aumenterebbe l'illegalità degli altri e, dato che il prezzo delle droghe sul mercato è dato essenzialmente dalla loro illegalità e dalle ideologie che le circondano, viene facile da pensare che non si vedrebbe alcuna diminuzione del prezzo ma, forse più probabilmente, un suo rincaro. Di più: si verrebbe presentando sul mercato una nuova figura, come già era successo all'apogeo della distribuzione controllata del metadone, e cioè quella dell'assistito-spacciatore. Potendo acquistare la sostanza a prezzi nettamente inferiori a quelli del mercato nero, molti sarebbero tentati di rivendere immediatamente parte del prodotto onde garantirsi un apparente guadagno, fornirsi di un' apparente fonte di sussistenza. L'apparenza di ciò è evidente: venduta parte della "propria" sostanza ed avendo ne più tardi ancora bisogno o voglia, il microspacciatore si trasforma immediatamente in potenziale o attuale spacciato. Si può comprendere come questo meccanismo tenderebbe a rafforzare e consolidare il mercato, invece che ad indebolirlo. Questo per quanto riguarda l'attività dello spaccio. Per le mafie vale un discorso analogo, con una precisazione. Già adesso, avendo accumulato delle fortune con le droghe ed essendo in lieve ribasso il mercato, le mafie tendono a riciclarsi in altri campi, cosiddetti legali. Questa simbiosi tra attività illegali ed attività legali tendenzialmente aumenterà, visto che la struttura mafiosa è connaturale alla società neomoderna. Sicché, anche se il mercato tendesse a ridursi (ed abbiamo visto com'è improbabile), le mafie continuerebbero a controllarlo, salvo dirottare su attività legali una parte maggiore dei superprofitti: esattamente quello che sta già avvenendo. Ma sulla mafia andrà sviluppato in altra sede tutto un discorso, un' analisi sulla sua funzione nella società attuale. Se, come sosteniamo da tempo, Stato e Mafia si alimentano mutuamente e mutuamente si convalidano, si vedrà facilmente come una statalizzazione delle droghe non sarebbe neppure in piccola parte una soluzione del problema più complessivo.

Altre asserzioni dei legalizzatori non vale neppure troppo la pena di confutarle con grandi ragionamenti. Ne citiamo qualcuna alla rinfusa. «Con la legalizzazione delle droghe diminuirebbe la criminalità.» Sappiamo che per lo più l'attività illegale del tossicodipendente nasce dal suo bisogno di procurarsi la sostanza e dagli alti prezzi di mercato ed abbiamo visto sopra come la situazione, anche dopo la statalizzazione, tenderebbe a rimanere per lo meno immutata, se non peggiorata. Questo argomento, come quello abusato della "lotta alla Mafia", è puramente demagogico, vuole paludarsi di un'utilità sociale assai discutibile.

Un'altra tesi sventolata è che «con la legalizzazione si invertirebbe la tendenza: dalla spinta repressiva attuale si giungerebbe ad una certa tolleranza nei confronti dei consumatori di droghe». E' una falsità che nasconde delle pessime intenzioni. Se è vero che il drogato verrebbe progressivamente considerato più come un malato da curare che come un degenerato da reprimere, è ancor più vero che lo statuto di malato e di irresponsabile è forse più pesante e gravido di conseguenze di quello di delinquente. Non si contribuirebbe affatto ad una liberalizzazione delle opinioni riguardo alla droga ed ai drogati, ma si demanderebbe il loro monopolio allo Stato ed ai suoi assistenti sanitari, salvo ricorrere ai suoi assistenti polizieschi in tutti i casi "anomali". Dove c'è più Stato, di certo non c'è più libertà: è questa è una delle pessime intenzioni dei nostri umanitaristici legalizzatori: avere più Stato.

L'ultima, e forse più sensata, affermazione che vogliamo considerare è che: «per lo meno la qualità della sostanza, il suo grado di purezza, l'assenza di tagli nocivi eccetera sarebbe garantita». A parte il fatto che si potrebbe discutere assai a lungo sulla maggiore "onestà" dello Stato (basti pensare alle industrie statalizzate), va riconosciuto che molto probabilmente ci sarebbe un netto miglioramento della qualità delle sostanze anche nel mercato nero, proprio per la competizione tra i due circuiti di diffusione dei prodotti, quello legale e quello illegale, e di questo miglioramento non ci si potrebbe che rallegrare, ferme restando tutte le altre obiezioni ed in primis quella della Statodipendenza e medicodipendenza cui molti verrebbero costretti. Ma la questione vera è semplicemente un' altra: con la liberalizzazione assoluta delle droghe si otterrebbe un risultato sicuramente assai maggiore su questo piano (la concorrenza spingerebbe le varie ditte a presentare sul mercato prodotti sempre migliori ed a prezzi competitivi) e senza tutti gli aspetti negativi sugli altri piani che abbiamo descritto. Ridicola è la giustificazione addotta dagli statalizzatori: bisogna procedere a piccoli passi, oggi è già difficile una campagna per la legalizzazione, figuriamoci una per la liberalizzazione.

E' ridicola perché mai si sa quali sono i passi piccoli e quelli grandi se non quando vengono compiuti: è la prassi della trasformazione l'unico criterio di misura. E' ridicola perché nasconde un' esigenza reale della riorganizzazione neomodema della società (maggiore normazione, maggiore controllo sociale e statale) sotto abiti di falsa libertà: è l'oppressione che non vuole essere conosciuta con il suo vero nome. E' ridicola perché offre pseudosoluzioni miserabili, ma, nel contempo, cerca di negare le basi materiali su cui tutto ciò si fonda: la società mercantil-spettacolare. La droga è palesemente una merce, come tutto è palesemente una merce. L'ipotesi savia a cui ci rifacciamo è proprio questa: considerarla per ciò che è ed è perciò che, considerandola una merce, le si vuole togliere quell' eccellenza specifica assegnatale dal proibizionismo, dagli interessi alla sua supervalorizzazione, dalle ideologie e dalle cosiddette morali. Sostenere, come sosteniamo, che le droghe andrebbero vendute, tutte, liberamente in drogherie ed affermare risolutamente che questo solo fatto risolverebbe molti dei problemi accessori determinati dal suo attuale status, e che abbiamo analizzato sopra, non significa affatto che noi amiamo il libero mercato, né il mercato tout court, né la società del capitale che fonda il mercato, né che ci siamo convertiti ad una qualche ideologia liberista. Significa semplicemente dire le cose come stanno e porre i presunti riformatori di fronte alle loro responsabilità.

Nessuna battaglia, almeno da parte nostra, per il trionfo della merce. Ma una battaglia durissima contro tutti coloro che pretendono che la droga sia e continui ad essere una merce eccellente, con i guasti che tutti conosciamo.

Se la libertà reale sarà la fuoriuscita dal mondo dominato dalla merce, è pur vero che la schiavitù reale sta nel non chiamare le cose con il loro nome.

E rumino ancora a questi speculatori, che tante volte hanno fatto fare il tuffo in mare alle loro speculazioni per scoprire le origini del flusso, del riflusso e della amaritudine, ma nemmeno uno, a mia idea, ha dato nel segno. Queste ragioni salate mi sembrano così anemiche che concludo che infallibilmente…

Cyrano de Bergerac, Il pedante gabbato.

Indice


nelvento.net - webmaster