Riccardo D'Este

IL PROIBIZIONISMO FRUTTO DELLE SPECULAZIONI DELLA SCIENZA E DELL'ESPROPRIAZIONE DEL SENSO

Stampa popolare francese del principio dell'Ottocento, op. cit., Leloup, Le MansSia poi chiaro che la nostra attenzione per l'analisi delle implicanze di una specifica normativa nulla ha a che fare con una particolare vocazione alla conoscenza per amore della conoscenza. Né ci interessa la improponibile assunzione di un punto di vista scientifico e imparziale. Semmai, il disvelamento della sua natura truffaldina e della sua straordinaria valenza repressiva, per contrapporgli la prospettiva della nostra insofferenza e della nostra insopportazione. Contro l'arroganza di un sapere che vuol mostrarsi come neutro ed obiettivo e riesce, sempre più destramente, ad evitare imbarazzanti discorsi sulla propria essenza, disperdendosi nei rivoli dei mille specialismi e dei mille tecnologismi, non possiamo che riproporre, ancora una volta e con sempre maggiore attualità, l'arcano concernente il cui prodest: chi può trarre beneficio, in termini umani, dall'insensato accumulo di nocività che si affastella a ritmo sempre più frenetico sotto il nostro sguardo? L'interrogazione rimanda ad una questione di giustizia, ma ancor prima, inevitabilmente, ad una di senso.

Malgrado le lugubri note dei cantori della fine della Storia, al vuoto dell'assurdo tecnocratico e del delirio del Capitale si oppone, con tutta la gravità della sua irriducibilità ontologica, il rifiuto antimoderno dell'umana tensione alla produzione di senso, unica fra tutte le produzioni a non poter essere assoggettata alle dinamiche riproduttive. E si tratta di un'opposizione, soggiungiamo, che oggi non può coagularsi che intorno ad un pieno di intelligenza inoperosa e di prassi rivoltosa.

Il proibizionismo drogastico, quale modello esemplare di tutti i proibizionismi e di tutte le proibizioni, altro non è che uno dei paramenti che avvolgono tale vuoto di senso. Dietro le forti tinte degli allarmi e dei moralismi bacchettoni e bacchettanti non si scorge che la macchina della riproduzione autoritativa e del controllo fine a se stesso ed alla sua reiterazione. Anche in una prospettiva mercantile, ragionevoli fondamenti, che giustifichino la parossistica quantità di valore aggiunto (nell'ampio senso che si è fin qui illustrato) a quello che le sostanze stupefacenti avrebbero in mancanza di un regime repressivo, non se ne avvistano nemmeno col binocolo.

Giacché tali sostanze non sono in sé e per sé più perniciose di altre liberamente in commercio bensì ri­sultano perniciosissime in ragione dei rapporti sociali e di potere che veicolano, al pari di tutti i beni (anche i più innocui), in quanto merci.

Nonostante le suggestioni misterico-superstiziose evocate da più parti, talvolta purtroppo anche da improvvidi "sacerdoti" del movimento, nessuna natura magica può ragionevolmente ritenersi insita nei principi attivi contenuti dalle sostanze stupefacenti. Quando si parla di dipendenza ingenerata dall'uso di questa o quella droga si rovesciano, consapevolmente o meno, i reali termini della questione: invero, il rifugio nelle piacevoli sensazioni che queste offrono rinviene la propria origine nella profonda spiacevolezza delle molte dipendenze e delle tante subordinazioni che ammorbano l'esistente. E ciò nondimeno, riesce a tutt'oggi piuttosto agevole al proibizionismo criminalizzare un Contegno falsamente etichettato come spiacevole (al più spiacevoli sono le conseguenze di intossicazioni acute e croniche), ed ai recuperatori cimentarsi nelle blandizie intorno alla falsa piacevolezza della "vita normale". Quella che loro devono inventarsi per fabbricare devianza e produrre ricchezza. Naturalmente, per loro.

Da accumulare nell 'unico pozzo senza fondo che "presiede" tale sordido consesso, quello della contraffazione e dell' inganno. L'altro pozzo, quello rappresentato da questi malviventi con beffarda ed astuta icasticità (a mo' di contrappasso alla rovescia), quello della favola della roba che piega a sé la volontà degli individui, vorrebbe raffigurare la negazione della libertà e dell' autodeterminazione come effetti consequenti all' assuefazione, nel tentativo di rimuovere la fastidiosa verità, ovvero il fatto che tale negazione è nelle premesse quale candido sine qua non di ogni potere, e dunque causa di vincoli e subordinazioni.

Vero è che le sostanze psicoattive, lecite o illecite che siano, danno luogo a quella che viene impropriamente chiamata dipendenza fisica, un fenomeno farmacologico per cui, dopo l'assunzione protratta per un certo lasso di tempo, un'improvvisa sua sospensione determina l'insorgenza di sgradevoli disturbi fisici (e tesi accreditate nella comunità scientifica ravvisano nel tabacco la sostanza maggiormente "uncinante"). Ma del tutto inconferente a criteri di razionalità si configura evidentemente la confusione dello studio di tali effetti con quello della cosiddetta dipendenza psicologica, confusione indotta dalla scellerata ambizione scientista di ridurre il complesso e variegato universo delle pulsioni e delle emozioni umane ad una variabile, quantizzabile e prevedibile, di forze "naturali", interagente con le altre. lnput-output.

Né Bene, ne Male, né Buono né Cattivo, l'orizzonte prefigurato è impregnato di sola cattività. Giacché la Scienza non si preoccupa di controllare e soffocare la libertà, accidente per lei morbifero, ma ben più radicalmente preferisce decretarne implicitamente l'inesistenza nei propri postulati epistemologici e nelle proprie prescrizioni metodologiche.

Quasi vent'anni fa Thomas S. Szasz ironizzava argutamente sulle acquisizioni "scientifiche" in tema di sostanze stupefacenti: «La farmacologia, non dimentichiamolo, è la scienza dell'uso dei farmaci - cioè dei loro effetti curativi (terapeutici) e dannosi (tossici). Se, ciononostante, i testi di farmacologia si ritengono in diritto di contenere un capitolo sull'uso di droga e sulla tossicomania, per gli stessi motivi, i testi di ginecologia e di urologia dovrebbero contenere un capitolo sulla prostituzione; i testi di fisiologia dovrebbero contenere un capitolo sull'inferiorità razziale degli ebrei e dei negri; i testi di matematica dovrebbero contenere un capitolo sulla mafia del gioco d'azzardo; e, naturalmente, i testi di astronomia dovrebbero contenere un capitolo sull'adorazione del sole (Thomas S. Szasz, Il mito della droga, Milano, 1977).

In definitiva, per quanto assordanti e moleste, le grancasse della Scienza e della Neosuperstizione, non possono in alcun modo offrire una parvenza di assennatezza ad una proibizione, a ben vedere, fondata solo su una arrogante tautologia: le droghe sono vietate perché sono la Droga.

E' il deserto della ragione ove si rincorrono stolidamente argomenti di menti dementi. Purtroppo le sostanze stupefacenti non cagionano disaffezione ai doveri lavorativi, come paventa la: demenza muccioliniana, ma anzi ne costituiscono generalmente un formidabile incentivo, sia direttamente (sempre più diffusa è la pratica dell'uso di eccitanti per lavorare meglio e di più), sia indirettamente (attraverso il mantenimento di una fonte di reddito che garantisca la possibilità di accedere al costoso trastullo). Né miglior figura fanno le demenze senili della donna-Nobel Rita Levi Montalcini, che dopo faticosi lustri dedicati all'Alta Ricerca, e dopo ancor più faticose ricerche dedicate agli Alti Lustri, rivela pubblicamente, la tapina, che la cocaina spacca le cellule del cervello. Impresentabile anche nel più triviale bar dello sport.

Quanto alla questione della dipendenza psicologica, occorre far piazza pulita dei radicati luoghi comuni cresciuti infaustamente sui purtroppo sempre troppo fertili terreni del pregiudizio e dell' ignoranza. Si è sostenuto che essa, alla stregua di elementari criteri di buon senso, non può essere indotta dalle proprietà peculiari delle sostanze stupefacenti. Se così fosse risulterebbe incomprensibile quella particolare e tenacissima forma di dipendenza, nella specie di astinenza, da sostanze alimentari, che va sotto il nome di anoressia, fenomeno sempre più diffuso e importante, con conseguenze devastanti, quando non letali. Non occorre infatti una spiccata perspicacia per escludere che tale fortissima dipendenza psicologica sia originata da una maligna e invincibile natura inerente alla composizione chimica del cibo.

Stampa popolare francese del principio dell'Ottocento, op. cit., Leloup, Le Mans
Per chi non ama abbeverarsi alla fonte dell' ideologia e dell' insipienza, la manifesta verità, inconfessabile dalle sanguisughe del baraccone repressivo-recuperatorio che campano sul suo offuscamento, è che né sotto il profilo della dipendenza fisica, né sotto quello della pretesa coartazione psicologica, le sostanze stupefacenti illecite, in sé considerate, si distinguono particolarmente e da quelle lecite e da quelle non stupefacenti.

L'eziologia delle sudditanze connesse alle droghe rimanda invece, direttamente, a quella generale della sovradeterminazione dei rapporti sociali. E non ci possono interessare, a questo riguardo, né l'ozioso chiacchiericcio intorno ad operazioni sociologiche definitorie, né l'addentrarsi nella decadente tenzone della politica per assidersi, dialetticamente ed irenicamente, ai suoi tavoli. Giacché per venire a capo della liberazione dalle tossicità sociali e dalle dipendenze spettacologene, qui, ora, e con urgenza questi tavoli vanno rovesciati. Fra la prospettiva di liberazione dalla soggezione che gravita intorno alle sostanze stupefacenti e quella dalle catene della società psicotropa non v' è alcuna soluzione di continuità.

Inutile, se non addirittura patetica, sarebbe una nostra esortazione alla promozione di una battaglia, di una campagna o di una lotta (con tutto il bieco sapore emergenzialistico ormai assunto da tale termine) per la liberalizzazione delle droghe. E, si badi bene, tale scetticismo pertiene non solo e non tanto a considerazioni relative ad un piano oggettivo, non consentendo gli attuali rapporti di forza alcun margine per una efficace pressione che si traduca in accettabili modifiche legislative. (Come si è veduto poc'anzi affrontando il tema della legalizzazione, il riformismo delle conquiste minime è, in questa materia, immediatamente valorifico di controllo e repressione.) Di maggior rilievo sono infatti le inconseguenze che fanno capo al livello della soggettività, alle concrete possibilità che da simili campagne possano germogliare costituzioni realmente antagoniste allo stato delle cose, senza che vengano individuati e minati i dispositivi reinglobativi del dominio spettacolare, senza che cioè venga messo in atto il necessario spariglio dei sintagmi comunicativi (in 415: Prime indicazioni teoriche, 415, Torino, 1992).

D'altra parte riteniamo, a ragion veduta, che non sia possibile sottrarci alla tensione etica che, sempre più stringente, richiede l'esercizio di una critica radicale dell'esistente, affinché altrettanto radicali siano gli eventuali e auspicabili moti che ad esso si rivoltino. E in tale ottica la preferenza per l'abolizione di ogni controllo giuridico sulle sostanze ora proibite, rinviene un pregnante significato solo se non disgiunta dalla complessiva ricusazione di ogni ordinamento eteronomo, qualunque ne sia la fonte addotta a fondamento ultimo. Al diritto vigente che proibisce l'uso di droghe risulterebbe vano e sventato opporre un supposto diritto naturale che contempli la legittimità del loro libero consumo, poiché la contrapposizione fra diritto positivo e giusnaturalismo attiene, e da sempre, alle dinamiche dei conflitti per il potere mentre ben più interessanti e commendevoli sono da prefigurarsi quelli contro di esso.

Tanto l'epico eroismo di Antigone, che in nome delle "leggi non scritte ed immutabili" va incontro alla morte pur di seppellire le spoglie del fratello Polinice, quanto il cinico giuspositivismo di Creonte, denunciano parimenti la derivazione della loro condotta da principi esterni ed estranei alla propria sfera volitiva, e dunque la riaffermazione di un ordine di valori eteronomo. Alla riduzione dello scontro alla antinomia fra la concezione che ravvisa quali valide le leggi che sono giuste e quella che sostiene essere giuste le leggi valide, a quest'infame imbroglio dialettico, noi non ci stiamo.

Alle molte ragioni delle molte Leggi non possiamo che opporre il sedizioso rifiuto antiideologico di cui è portatrice la "legge" della ragione e delle proprie ragioni, quelle che sgorgano dal prepotente bisogno di libertà ed autonomia, e che lo alimentano.

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