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La società del capitale, intesa come società dell'alienazione
generalizzata, della riproduzione iterativa e insignificante di merci, del
lavoro estorto e del profitto conquistato dai singoli capitalisti, o da gruppi
di essi, ha subìto un processo modificativo che ha portato all'integrazione
dei vari aspetti. Questa integrazione è un processo di integrazione.
Sarebbe inesatto sostenere che si tratta di un fenomeno nuovo, recentissimo
nel meccanismo di produzione e riproduzione capitaliste e nelle strutture sociali,
politiche, ideologiche che lo inverano. Di fatto, è stata una tensione
sempre interna all'ambizione totalizzante del capitale (rendere la vita un
immenso mercato e tutti i soggetti e gli oggetti delle merci), così come è storica
la tendenza all'integrazione delle strutture riproduttive mondiali e dei sistemi
politico-ideologici che le rappresentano, pur mantenendo le differenziazioni
che consentono al capitale di riprodursi e di presentarsi come "unità nelle
contraddizioni" (le guerre intercapitaliste ne sono state un chiaro esempio
anche dal punto di vista delle ideologie, oltre che da quello degli interessi
economici).
L'unica vera novità, se così vogliamo chiamarla, consiste nella
consapevolezza collettiva, più o meno dichiarata o più o meno
offuscata, che si è di fronte al tentativo di unificare materialità e
immaterialità sotto il segno omogeneizzante del capitale. Se Félix
Guattari cercò di identificare questo processo, peraltro sotto gli occhi
di tutti, con la formula CMI (capitalismo mondiale integrato), Guy Debord,
nei suoi Commentati sulla Società dello Spettacolo, parla di
spettacolo integrato per indicare il percorso di unificazione tra quelli che
venivano definiti lo "spettacolo diffuso" e lo "spettacolo concentrato",
vale a dire le tecniche prevalenti di produzione, riproduzione e trasmissione
di rappresentazioni all'Ovest e all'Est. Ora, questa integrazione non è data
certo dalla caduta del muro di Berlino, come frettolosamente cercano di spiegare
alcuni sedicenti studiosi, ma è un processo che si è sviluppato,
sia pure con picchi e cadute, per parecchio tempo (almeno, dichiaratamente,
dagli anni Sessanta, con il colpo di coda della pretesa "rivoluzione culturale" di
Mao- TseTung). Ma erroneo sarebbe vedere in questo fenomeno di integrazione
la realizzazione di quel "capitale totale" che è sempre stato
il cuore e l'anima dell'utopia capitalista o di quella sorta di cielo immobile
in cui dovrebbero proiettarsi incessantemente e con sempre maggiore accelerazione
immagini qualsivoglia, tutte accattivanti e fuorvianti, com'è nel sogno
di una società dello spettacolo compiuta. Ma nei fatti si sono verificate
tali forme di resistenza materiale e di senso, a vari livelli e in differenti
modi, da costringere la società del capitale a continue modificazioni
e riproposizioni di sé.
Il passaggio epocale recente più importante è la costruzione
di quella che noi definiamo come società capitalista neomoderna proprio
per distinguerla dalla società capitalistico-produttiva classica, dalla
società dello spettacolo, che sì persiste e anzi apparentemente
si afferma in maniera più interstiziale (attraverso la riduzione sempre
maggiore di aspetti di vita a mere rappresentazioni e con il deperimento sempre
più rapido delle immagini stesse), ma che, essendosi a tal punto generalizzata,
sta progressivamente perdendo la sua funzione "innovativa" e perciò ''vivificante" e
catalizzatrice, nonché da quella che taluni chiamano epoca della postmodernità,
sciocchezza palese perché solo scorie marginali (arti, filosofie eccetera)
possono vagare in un "vacuum" che finga di prescindere da quella
che è stata la base strutturale della modernità (la vittoria
della borghesia, l'avvento del capitale industriale e finanziario, le modificazioni,
anche rivoluzionarie, nella produzione, nelle tecnologie eccetera) mentre la
società del capitale nel suo insieme ha bisogno costante di essere moderna,
e oggi neomoderna.
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Il General Intellect, almeno nell'accezione marxiana, esprimeva un'intelligenza e dei saperi diffusi e generali, una conoscenza che, al pari della forza lavoro, veniva sottomessa alle regole del capitale e dunque della produzione. Il General Intellect, insomma, altro non è che la forza lavoro cognitiva e mentale, resa astratta ma nel contempo assorbita dal processo di sviluppo del sistema di produzione capitalista. Ciò è stato senz'altro vero sin tanto che vi è stata un' effettiva produzione capitalista intesa come capacità di percorsi innovativi ancorché fondati sullo sfruttamento materiale e intellettuale. Ormai ciò non ha più molto senso perché la produzione, pur ovviamente mantenendosi, si è trasformata essenzialmente in riproduzione, da un lato, e in amministrazione dall'altro. Il GeneraI Intellect, esprimendo capacità creative collettive, seppur sottomesse ed espropriate, poteva essere il punto di riferimento, addirittura la leva per una trasformazione radicale. In altre parole, riappropriarsi di questa intelligenza collettiva poteva significare un ribaltamento dei rapporti sociali. Oggi non è più così: nell'epoca della riproduzione è la mera funzione, ovviamente ad alto tasso di intercambiabilità, ad essere fondamentale (perciò le richieste di flessibilità non sono il frutto maligno di un padronato rapace, quanto un'esigenza precisa nel neomoderno), e non più l'intelligenza collettiva già incorporata nell' essere inorganico (il capitale). Ben altra e più drammaticamente radicale è la trincea su cui si sta giocando e si giocherà la partita. Pertanto ridicola è la pretesa di ridurre quello che venne definito General Intellect alle capacità tecnologiche o "scientifiche" di singoli o di gruppi (nella cibernetica, nella telematica eccetera) e di attendersi da lì una specie di "nuova avanguardia": queste intelligenze sono ormai asservite alla macchina, con un singolare rovesciamento della funzione di protesi, e i suoi portatori ridotti a riproduttori, magari ad alto livello, dell' esistente.
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Importante è discernere tra la produzione e la riproduzione
allargata. La produzione contiene in sé qualcosa di "creativo",
di "inventivo". La riproduzione no; è, se così si
può dire, null'altro che una variazione sul tema. Per esempio, il
passaggio dal calesse all'automobile è stato produttivo ed epocale
e ha coinvolto enormi masse di persone, mentre il passaggio dalla Uno alla
Punto sta all'interno di un programma di "modernizzazione" volto
a incrementare la volubilità di un mercato drogato ed è una
forma della riproduzione. In altri termini, finite le innovazioni reali,
autonomizzandosi sempre più lo spettacolo, tutte le apparenti innovazioni,
in qualsiasi ambito, sono soltanto delle modificazioni e delle modulazioni
secondo i criteri della riproduzione.
Per questo fenomeno, fondativo del neomoderno, se dal punto di vista produttivo è corretto
definirlo come passaggio alla riproduzione allargata e iterativa, se dal punto
di vista macroeconomico si può parlare di fine dell'economia, intesa
come suddivisione che si pretende razionale delle risorse e come loro impiego
rivolto a fini di progresso, dal punto di vista sociale non si può che
affermare che si tratta di glaciazione sistematica e sistemica.
Naturalmente, ma secondo la "naturalità" del capitale, la
produzione apparentemente
persiste. Se non fossero state prodotte le penne che abbiamo in mano, noi non
scriveremmo; se non fossero stati prodotti i computer noi non comunicheremmo
attraverso tale mezzo. Ma è una produzione finalizzata a due soli scopi:
la riproduzione iterativa delle stesse merci, pur con modificazioni modali,
e la costanza dell'ordine societario. La costanza dell' (nell') ordine sociale
implica essenzialmente una persistenza e una divisione di ruoli, anche, se
non soprattutto, al di fuori del momento produttivo. La riproduzione ha da
essere infinita, con sterminate variazioni, soprattutto sul terreno dello spettacolo,
che però non servono più alla creazione di materialità e
di ambienti che realmente superino quelli precedenti, mentre in realtà li
imitano, concedendo solo nuove fantasmagoriche apparenze.
La borghesia, senza con ciò voler riproporre dei tipi di concetti
di classe che appaiono oggi obsoleti ed evidentemente senza voler dare in questa
sede alcun giudizio morale o politico su di essa, in un determinato periodo
storico ha espresso la forma e la forza dell'innovamento, della modificazione
dei sistemi produttivi. Non a caso si è impadronita dell'Intelligenza
Generale espropriandola ai suoi singoli possessori e portatori e rendendola,
prima, astratta, e ritraducendola, poi, in forza produttiva. L'ultima chance
della borghesia è stata la società dello spettacolo, cioè un
coagulo di rappresentazioni della realtà sino ad allora prodotta e controllata.
Oggi, nell' epoca del neo moderno e della riproduzione quasi sempre autoritativa,
la borghesia (ammesso che questa categoria la si possa ancora impiegare) non
ha più niente da produrre nell'accezione sopra espressa, ben poco da
rappresentare se non sul terreno delle virtualità e pressoché nulla
da dire, ormai parassitaria non soltanto di altre classi ma del suo stesso
passato. Molto più da dire hanno le polizie o i supermercati.
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La riproduzione allargata significa l'iterazione del presente
con modificazioni di piccolissima portata. Non per nulla, le più importanti
e finanziate ricerche riguardano il campo della medicina, della sociologia,
dell'ambiente, della comunicazione massmediatica o della bioingegneria. Il
corpo umano, disossato della sua capacità di forza di lavoro, che è stata
resa per lo più superflua (ma evidentemente senza che ciò sia
coinciso con l'abolizione della maledizione del lavoro ), ritorna in primo
piano come luogo dell' Amministrazione.
Per Amministrazione non intendiamo solo le singole e specifiche amministrazioni,
bensì il sogno utopico di amministrare una sorta di eterno presente,
estendendo le forme dell'amministrazione in ogni piega della vita collettiva
e individuale. Esempi buffi: se aumenta a dismisura il numero degli assicuratori è perché più nulla
può venire in realtà assicurato; se cresce freneticamente il
numero dei vari professionisti è perché in effetti non esistono
quasi più delle reali professioni; se si gonfia quotidianamente il numero
dei guardiani (in senso lato) è perché la società è obbligata
a salva-guardarsi da qualsiasi rischio di trasformazione radicale.
Vi è un processo, per il momento inarrestabile, di desertificazione stricto
sensu (si pensi al concreto deperimento, a causa di incuria o di ipersfruttamento,
di interi territori con tutte le conseguenze che sono ben note: carestie, epidemie,
gravi squilibri nell'ecosistema eccetera, da un lato, e alla spoliazione di
senso di ampie zone urbane, dall'altro). Questo processo di deser-tificazione
ovviamente si ripercuote in modo pesante sulle esistenze, sulle capacità,
sulle intelligenze dei vari individui: con grande fatica appaiono i nuovi
beduini; che sappiano bersi il tè nel deserto.
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Il nihilismo è ormai essenzialmente monopolio del
capitale e dello Stato. Del capitale in quanto, riscontrata la sua
impossibilità innovativa (quello che sinteticamente indichiamo come
la fine del Progresso), dovendo realizzare valore anche e soprattutto senza
il lavoro (che rimane come imposizione autoritativa o consolatoria), volendo
persistere, deve amministrare quel deserto animato da merci che ha costruito
e in cui è costretto. Non si creda però che la riproduzione
del nulla sia nulla. Si sviluppano le attività riproduttrici del nulla.
Per nulla intendiamo un "qualcosa" che, pur esistendo e spesso possedendo
un "valore" (a causa del processo di autonomizzazione del valore
dalle sue basi materiali), è deprivato di senso intrinsecamente
e profondamente umano, non allude neppure lontanamente a una passata o futura
comunità umana, non attiene alla necessità della specie. In questo
senso, sono più teorici, seppur involontariamente, taluni venditori
di mercanzie che non filosofi o pretesi teoreti. Questi mercanti, quando proclamano: "Ma
prendi questo oggetto: non costa niente!", non intendono, ovviamente,
dire che l'oggetto viene scambiato gratis e neppure, in modo più ammiccante,
che costa poco. Vogliono dire: "Non cambia nulla nella tua vita né l'averlo
né il non averlo, né l'esborso per averlo, né il risparmio
nel non averlo". Infatti, pur nella loro manifesta demenza, fioriscono
merci materiali e immateriali, traffici di ogni tipo, ideologie comprese. Ma
queste merci non possono possedere più alcun requisito qualitativo,
nullificate (livello economico) in mero valore di scambio o (livello simbolico)
come immagini rappresentative di una vita assente.
Lo Stato, dal canto suo, deve tenere in piedi delle rappresentazioni
collettive del nulla (la politica, con il suo codazzo di votazioni, cambi
della guardia e dei controlli sui racket eccetera, ne è un esempio
preclaro) e, d'altra parte, istituire un complotto costante e preventivo
contro tutte le istanze di rivolta che possano o possono esprimersi, specie
se con forme "antisociali". Infatti, a dispetto delle declamazioni
di molti, lo Stato è esattamente la società civile e la società civile
si esplica appunto nello Stato. Un'autonomia della cosiddetta società civile è una
delle ultime menzogne del neomoderno, sotto l'aspetto ideologico. Infatti,
più polizia (e basta confrontare i numeri negli ultimi vent'anni)
significa paradossalmente più Stato sociale e più mafia, o "lotta" ad
essa. La società civile è il fuoco fatuo della società neomoderna:
perciò suona tanto bene e molte bocche se ne riempiono. Nel nulla
bisogna pure che appaiano dei bagliori.
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Nell'epoca sovversiva degli anni Venti si poteva parlare,
in via di tendenza, di postcapitalismo come pretesa di costruire forme di
società che fossero OLTRE il capitalismo ma non ancora approdate a
un comunismo effettivo, a un'acrazia. Oggi, dal punto di vista della società e
dei suoi sudditi, al contrario tutto deve rimanere sempre moderno, diventare
sempre più moderno ed è per ciò che risulta improponibile
parlare di postmodernità, se non nell'accezione di una superfetazione
ideologica: il postmodernismo.
Neomoderno invece è il concetto che ingloba e certifica questa, per
ora, costante tendenza, mistericamente riformatrice del nulla. Il nihilismo
di capitale e Stato e la società
neomoderna sono esattamente la stessa cosa: amministrano l'apparenza, presuppongono
il nulla, non come teleologia ma come intercambiabilità assoluta,
fingono l'esistenza di una produzione che palesemente è divenuta riproduzione,
cioè senza più alcun possibile progresso. Progresso inteso in
più sensi: l'innovazione produttiva, come si è detto, ma anche
il progredire delle conoscenze umane, dei metodi per accrescere il benessere
collettivo e individuale, delle idee genialmente espresse e sostenute, delle
arti e dei mestieri.
Il neomoderno non è certo la fine del progresso, bensì l'assunzione
cosciente di questa fine conclamata e dunque la coscienza organizzante della
società che l'ha prodotta. Resisi conto che non c'è più la
possibilità di un qualche sviluppo, che il progresso si sta trasformando
in degresso, gli amministratori dell'esistente, dopo essersi giocata la carta
estrema dello spettacolo, come sviluppo delle e nelle rappresentazioni che
sostituissero la realtà intollerabile, di modo che il falso
e il vero si confermassero a vicenda e incomprensibilmente, hanno
capito cosa dovevano e potevano fare: fingere di creare valore dal capitale
finanziario e circolativo, spingerci ad essere tutti consumatori di qualsiasi
cosa, meglio se sprovvista di qualsivoglia utilità, ad essere tutti
professionisti, operatori o artisti, ad essere umili e tracotanti al tempo
stesso. La Guerra del Golfo o i fatti della Bosnia sono esempi incontrovertibili
del trionfo del nulla e dunque del neomoderno. L'AIDS è la sua sintomatologia.
La sua pandemia.
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