Riccardo D'Este

911 ITALO TALWINO

(Dada Fusco)

 All'inizio era il Verbo, dicono, e sembra che sia vero. Il Verbo, infatti, corredato di tutti i suoi vari accessori ed attributi, seppur non troppo aggettivi, in certo modo è ciò che fa esistere le cose. Di fatto, offrendo la possibilità di qualificarle e quindi distinguerle, conferisce loro un possibile senso e spesso anche un senso passibile, com'è noto. A volte è sufficiente persino una vocale oppure una consonante, una piccola e apparentemente insignificante consonante, per imporre ad un personaggio, una cosa od una situazione una storia tutta diversa.

Così mentre l'elica solca i cieli, l'erica preferisce crogiolarsi al sole tra l'erba dell'Elba in compagnia, talora, del fungo detto vesce quando si sa che nel fango e nel sale il pesce sta. Affidato dalla consonante del destino ad una storia diversa era anche il nostro personaggio, Italo Talwino - che è anche un modo di rimare o di rifare o di ridare.

Era così differente dai bambini della sua età e così strambo che, se si può dire, cinque zoo di Cina l'avevano allattato; in sostanza, cioè, se l'erano conteso per un bel po' di anni, probabilmente convinti che un soggetto così anomalo e interessante avrebbe permesso loro di accaparrarsi eccezionali risultati per quanto riguardava ricerche di argomento astruso del tipo "similarità di comportamenti tra le tartarughe russe e gli adolescenti" oppure "differenze tra il bambino tra 0 e 90 anni e la scimmia scapolare".

Ma tutto il suo amore per il paese natale rimaneva intatto, nonostante il lungo esilio a cui era stato costretto, e così ad una certa età pensò di ideare uno stratagemma per ritornarci definitivamente. Organizzò infatti, con altre cavie come lui, un viaggio in Italia per curarsi la carie, durante il quale riuscì ad eclissarsi sfuggendo ai suoi tenebrosi detentori.

In questo nuovo ma da sempre amato paese imparò presto a convincersi di una grande verità: anche qui esisteva il pericolo giallo, ma questa volta arrivava dall'Australia o giù di lì. E così tutto preso, da persona lucida e attenta qual era, a controllare tre direzioni contemporaneamente, incappò in un leggero strabismo che in seguito scelse stabilmente e di cui fu fiero per tutta la vita. Questo non solo perché il cosiddetto strabismo di Venere lo rendeva più affascinante e più consono ai canoni dell'androgino in voga all'epoca in Italia, ma perché questo apparente difetto presentava contemporaneamente molti vantaggi: primo tra tutti quello di poter leggere nello stesso momento due testi di qualsivoglia grafia, argomento e complessità.

A questo proposito, bisogna aggiungere che il nostro personaggio era un inesauribile divoratore di libri, articoli e scritti di ogni genere e teneva continuamente sotto controllo la situazione "appo le teche", nel senso che consultava ovunque le locandine che nelle bacheche annunziavano dibattiti e seminari e andava sempre ad aggiornarsi sui nuovi titoli in biblioteca (d'altra parte, si chiedeva, se i francesi vanno ad ogni piè sospinto in fac, perché non poteva anche lui andare, almeno di tanto in tanto, in teca?).

Riguardo alla lingua che usava, per amore della verità, bisogna riconoscere che era un po' strana. Il linguaggio da lui prescelto era una specie di esperanto, o di disperanto, che aveva chiamato Cripto-Cropto in omaggio a Crick e Crock, noti in Italia anche come Stanlio e Ollio, che lui riteneva tra i massimi rappresentanti della dialettica negativa disadorna. In omaggio a Crick e Crock, si è detto, ma forse anche perché quel disperanto lì nessuno, ma proprio nessuno lo conosceva e quindi nessuno poteva mai contraddirlo a buon diritto.

Nonostante le valanghe di libri letti e di film visti non trascurava l'aspetto sessuosentimentale della vita e in quanto a donne non scherzava.

Amava tutte le eroine, ma Anita era la sua preferita (ma l'amore durò poco perché Anita ingrassò, si potrebbe dire malignamente, ma questo farebbe parte della poststoria, o della storiapost, e di confusione ce n'è stata già abbastanza).

Era il grande amore, quello che nonsi scorda mai, quello che non si dimentica neanche quando da molti anni ormai non lo si vive più. Un amore totale, possessivo, che lo lasciava, nei rari momenti di lontananza fisica da lei, spossato, quasi inerte, come se l'intervallo di tempo che lo separava dall'incontro successivo con la sua amata fosse un di più inutile da bruciare nella dimenticanza. In quei casi, non gli serviva neppure la vicinanza di Tamara, il primo amore, tenero e affettuoso, ma troppo sicuro, troppo garantito. Si sapeva sempre dove trovarla e, nonostante la rigida sorveglianza dei genitori, spesso bastava mandarle un biglietto, un piccolo biglietto bianco, ingiallito poi con il tempo, con poche parole e la firma, per vedersela arrivare di corsa.

Anita invece era così misteriosa, imprevedibile e sfuggente! Arrivavi trepidante all'appuntamento atteso spasmodicamente e ti avvertivano che lei era già dalla parte opposta della città; cercavi di raggiungerla ma al tuo occhio trafelato non si presentava altro che una piazza che senza di lei appariva vuota pur nella moltitudine...

No, basta, troppa ansia, troppa fatica.

Poi, Ombretta. Forse era meno affascinante ma di certo gli dava più tranquillità. Gli piaceva alzarsi il mattino e sapere di trovarla. Il cielo era il cielo, gli alberi erano gli alberi e lei era lei. Senza slanci eccessivi, forse, ma anche senza tradimenti. Non come Anita che non si sapeva mai dove trovarla e che tutti i week-end e le feste comandate le saltava di partire e lo piantava in asso (pare che adesso, ingrassata e imbellettata ridicolmente, la si trovi sempre sui marciapiedi, ma già si è detto che non si vuol fare della poststoria, per non parlare della metaletteratura). Non come quella borghese di Tamara che lo obbligava ogni giorno a mettersi la cravatta per andare a prenderla dai genitori, senza contare le loro ire funeste.

No, Ombretta era diversa, lei era lei e basta e lui poteva essere completamente se stesso all'interno del loro rapporto. La sua presenza rendeva tutto più calmo, più tranquillo. Non c'era ansia, non c'era disperazione. Gli piaceva sentirsela vicino, soprattutto quando lavorava. La sua presenza in casa era dolce e confortante. A volte interrompeva di scrivere per andare a chiamarla in cucina e già questo piccolo intervallo lo rinfrancava. Gli piaceva, quando stava seduto alla scrivania, allungare semplicemente la mano e, magari senza neanche alzare lo sguardo su di lei, trovarla sempre pronta ad una silenziosa carezza.

Qualcuno dirà che Italo Talwino s'è perso in un bicchier d'acqua, che acqua non era, ma così non sembra da una cartolina recentemente arrivata dal Messico, stranamente scritta in linguaggio acripto - acropto, vergata con mano ferma e che dice testualmente: «Siamo arrivati sotto il vulcano, adesso vediamo se si può farlo esplodere. Allegramente I.T.».

(D.F.)

Italo Talwino: ma di che si sta parlando?

 Chi ha scritto il breve racconto che precede, "Italo Talwino", sostiene che alla fin fine non servono note esplicative. Chi capisce capisce, chi non capisce non capisce. In realtà, il racconto è completamente "a chiave", volontariamente allusivo e criptico e, a mio avviso, pochi lo potrebbero interpretare correttamente, a parte i diretti interessati.

Questa "operazione", per così dire, cioè questo libro, ha una finalità alquanto diversa dal raccontarsi le storie fra di noi. E dichiaratamente un messaggio in una bottiglia, verso le nuove generazioni che non sanno e le più vecchie che, sapendo, hanno compiuto mal indirizzati sforzi di rimozione.

Il racconto mi piace, e come "curatore", me ne assumo l'onere ma, del pari, anchequello di renderlo intelligibile ai più. Si tratta di letteratura, è vero, ma anche di storia, e non ci possono essere misteri nella storia, se non quelli che i poteri vogliono lasciare inestricabili. Noi siamo trasparenti, quale che ne sia il costo.

Disvelare le allusioni sembra banalizzarle, renderle liofilizzate e biodegradabili. t un rischio. Maggiore però mi sembra quello dell'indecifrabilità del testo.

Già il titolo è un'allusione, un jeu de mots tra il noto scrittore Italo Calvino e il Talwin, un prodotto antalgico di sintesi, che si proponeva come un succedaneo della morfina - e credo esista tuttora - che conobbe un inusitato successo in certi ambienti negli anni '70.

Diciamo la verità, è una sostanza alquanto schifosa ("sostanza" spesso è stato il termine eufemistico per "stupefacente", cioè per "sostanza stupefacente", con quel tanto di autoironia che vi è implicita), "fa" assai poco, non "fonde" quasi, se non dopo l'assunzione di dosi davvero eccessive, lascia in bocca uno sgradevole gusto metallico, non si sa se calmi davvero i dolori, secondo quella che è stata la sua farmacologica destinazione, almeno a sentire alcuni malati di cancro che, iniettati e reiniettati di Talwin, continuavano a star male, fornisce una sorta di euforia anfetaminosimile (e ciò è strano, trattandosi di sostanza in teoria "calmante"), dà una scarsissima assuefazione fisica, se non nel lungo periodo.

In una fase dell'esistenza di alcuni, tra cui l'ego-es narrante, questo Talwin venne prediletto, e si parla degli inizi degli anni '70. Si poteva comperare liberamente in farmacia (successivamente ci volle la ricetta, e andavano benissimo quelle della mutua, così non si pagava un soldo e tutti sapevano come procurarsele o f alsíficarle; oggi è nell'elenco delle sostanze psicotrope supervietate), dava scarsissima assuefazione, simulava il gioco "trasgressivo" del buco, era estremamente conviviale nel senso che, costando poco o nulla in danaro e sforzo, tutti lo offrivano a tutti, non rincoglioniva pur dando qualche fasulla sensazione di momentaneo benessere e, dunque, in una certa epoca, per scongiurare l'uso delle "droghe pesanti", ne venne fatto un abuso.

La sua sostanza attiva è la Pentazocina lattato (da cui, nel testo, "Cinque Zoo di Cina l'avevano allattato"). Del Talwin se n'è persa quasi la memoria tranne che, forse, nelle cure oncologiche - e in ogni caso non vorrei essere nei panni di chi deve alleviare le sue sofferenze con il Talwin.

Il racconto parte da lì, da quella storia, è un reperto archeologico, di archeologia viva, e non a caso è stato scritto poco tempo fa.

Le "tartarughe russe" sono un riferimento ironico e un po' criptico agli studi di Pavlov sui riflessi condizionati benché, come noto, Pavlov studiasse soprattutto le reazioni degli incolpevoli cani.

L'Australia viene citata per l"'antigene Australia" dell'epatite che, in quegli anni, era la malattia più diffusa tra chi si "faceva".

Il gioco di parole "appo le teche" si riferisce al termine Apot(h)eke che in alcune lingue, come il tedesco o l'olandese, che a loro volta recuperano l'antica definizione greca, indica la farmacia. Questa disinvoltura linguistica e cosmopolita, in parte usata come codice difensivo (per non farsi capire) e in parte per le esperienze giunte da altri paesi, è tipica della prima fase del consumosociale di droghe e in qualche misura si è conservata, pur snaturandosi, anche nelle epoche successive, dove l'incultura e la proletarizzazione/massificazione hanno regnato indisturbate. (Sia ben chiaro che non c'è alcuna nostalgia della presunta élite, tutt'altro, ma è un dato oggettivo). Sicché nel linguaggio corrente è rimasto il termine "junky" per drogato, inscimmiato (dallo slang americano, dal linguaggio di W.Burroughs e altri) o quello di "trip" (= viaggio, ormai entrato nell'uso comune) o quello di "fix" (per il buco; anche questo è slang che parrebbe quasi ironico rispetto al termine nautico che significa "posizione", "punto") o addirittura quello di "spritz" (plurale "spritzen"), dal tedesco, per indicare la siringa. La banalità delle "pere" (peraltro anch'essa di derivazione USA; in molti stati dell'Unione è sempre stata vietata la vendita delle siringhe sicché gli adepti se le costruivano da soli, saldando un ago ipodermico ad una pompetta, o "peretta", facilmente reperibile, com'è per i collirii ecc.) o delle "spade" è venuta molto più tardi, con la massificazione.

Anita. Per molto tempo in certi ambienti, e ancor oggi fra i più "vecchi" o i più informati se ne conserva l'uso, l'eroina venne chiamata "Anita". Per un gusto dissacrante dell'ironia ed un'esplicita voglia di autoironia, io credo, più che per la volontà di forgiarsi un criptolinguaggio inaccessibile da altri. E perché Anita e non per esempio Elisa, come più tardi cantò una pur pregevole canzonettista italiana, sempre riferendosi all'eroina? Ma perché Anita fu il grande amore della nostra gloria patria, quel Garibaldi Giuseppe che venne definito "eroe dei due mondi"; e se lui era l'eroe dei due mondi lei giocoforza doveva essere l'eroina dei due mondi (il terzo

sarebbe arrivato dopo).Eccoci!

E Tamara, che viene citata più avanti nel breve racconto?

Qui la storia si fa più complicata, legata a certe vicende di cronaca degli anni '60 italiani. Esisteva, e credo esista tuttora, un prodotto chiamato "Cardiostenol" la cui fabbrica produttrice era, e probabilmente continuerà ad essere, l'azienda farmaceutica Baroni di Torino. Si tratta di un prodotto a base di morfina, di atropina e di stenamina. Viene largamente usato in pazienti che hanno subito degli infarti o sono comunque dei cardiopatici (per la presenza della stenamina) nonché, in generale, come analgesico di buona portata. Più o meno casualmente (storie di nonne ammalate) questo prodotto venne "scoperto" da alcuni giovanotti torinesi alla ricerca, anche un po' letteraria, di "emozioni forti". All'epoca, e si parla della seconda metà degli anni Sessanta, l'acquisto di stupefacenti presso le farmacie era relativamente semplice, né peraltro esisteva un mercato clandestino, né un mercato tout court. Era sufficiente presentare una ricetta (detta il "bianco", come nel racconto, perché allora si dovevano esibire delle normali ricette bianche, acconciamente formulate, nonché un documento di identità personale, ed il fatto che poi si sia "ingiallito"è un'allusione al cambio dei ricettari, e del colore degli stessi, avvenuto in seguito, nella prescrizione di sostanze stupefacenti). I nostri giovanotti, oltre ad aver irretito, qualche medico più o meno consapevole e compiacente, scoprirono che era abbastanza facile "scolorinare" delle ricette preesistenti e trasformarle; poco dopo che era addirittura possibile inventarsele con un accorto uso dei trasferibili e infine, non senza un'assai poco dissimulata soddisfazione, che si poteva farsele stampare da normali tipografi, meglio se con carta da visita, lettere intestate ecc., adducendo la banalissima scusa che si doveva fare un regalo ad un amico o amica neolaureato. Una sorta di manna. Sicché l'uso di tale sostanza si diffuse notevolmente, sia pure in giri piuttosto ristretti ed il primo processo per droga "pesante" a Torino fu proprio a causa di questo illecito uso di ricette contraffatte. Gran parte di questi giovanotti si fece, a causa di ciò, dei periodi non irrilevanti di carcere, essendo in vigore ancora la legge speciale del 1954, quella imposta dagli americani e che oggi in qualche maniera si vuole rispolverare, sia pure in un contesto totalmente diverso, per quanto riguarda la diffusione degli stupefacenti, l'ampiezza del mercato nero, i folli guadagni che esso proporziona ecc. Gli stessi giovanotti di allora facilitarono di fatto la "brillante operazione delle forze di polizia", con la conseguente "condanna esemplare" di cui parlarono i giornali del tempo: «t così che si scoraggia l'uso delle droghe», - scrissero, e furono pessimi profeti, come ognuno può capire. Infatti, nutriti di jazz, di De Quincey, di Baudelaire, di Burroughs e di tutto il "mauditisme" letterario, musicale ed artistico, spesso legati all'area di pensiero politico più radicale, non avvertivano alcun senso di colpa, non si consideravano dei tossicomani (talvolta lo erano, di fatto, e talaltra no: si giudicavano degli sperimentatori, dei trasgressivi, al massimo dei tossicofili), dentro di sé non si consideravano colpevoli di alcun delitto e dunque passibili di condanna, e dunque si muovevano con un'ingenuità che oggi può apparire disarmante oltre che disarmata. Per lo più consegnavano i loro stessi documenti di identità personali! Fu un giochetto arrestare loro, ovviamente, essendo scoppiato il "caso". Il fenomeno sociale si diffuse comunque lo stesso, poco dopo, e non certo solo per suggestioni culturali e letterarie, bensì per quel profondo malessere che ne è la causa reale e fondante.

Ma Tamara che c'entra?

Fu una semplice suggestione associativa, linguistica più ancora che di idee. In quegli anni conobbe una notevole fama una signorina, che si chiamava per l'appunto Tamara Baroni, da Parma, coinvolta in taluni scandali tra il giallo e lo scollacciato; naturalmente si guadagnò intere pagine di rotocalchi, anche perché bella donna che non disdegnava le pose osées e dunque fu sulla bocca di tre quarti d'Italia. Sicché l'accostamento fra Baroni, nel senso di Cardiostenol, e Baroni, nel senso di Tamara, venne spontaneo, proprio per quel pizzico di autoironia di cui dicevo sopra. La morfina, in specie il Cardiostenol, divenne così Tamara; anche se da lì a poco, per merito o colpa della celebre canzone dei Rolling, "Sister Morphine", la morfina per molti divenne la "sorella" e Tamara rimase l'appellativo soltanto del prodotto citato.

I "genitori" di Tamara cui si fa allusione nel testo sono ovviamente i farmacisti ed il biglietto è naturalmente la ricetta.

Ombretta, la terza figura "femminile" che appare nell'esistenza del nostro Italo Talwino, ricava il suo nome, per motivazioni a me ignote, dalla celebre espressione veneta "un'ombra de vin", per indicare un bicchiere di vino, per lo più bianco. La figura narrante vuole manifestare il disagio di intere generazioni (cioè di particelle di esse) nell'uso reiterativo della droga ed il "rifugio" nella bevuta, e non necessariamente nell'alcolismo (di cui, in realtà, conosco pochissimi casi, almeno nelle frange di cui si parla), da parte di chi, stufo di certe pratiche, continuava a cercare una qualche "evasione" dalla letale tenaglia della sopravvivenza.

Non sono un esegeta per indole o per professione, ma nondimeno credo di poter affermare che non ritengo che nel testo vi sia un'esaltazione dell’"Ombretta" come "extrema ratio" o, peggio, come "soluzione" o addirittura come una codificazione di una realtà. Penso piuttosto che narrativamente si sia trasfigurato un dato che comunque è di fatto, per molti che hanno vissuto quelle stagioni, senza enfasi e senza rimpianti.

Un'ultima dichiarazione è doverosa, riguardo a quegli anni ed a quelle esperienze. Tutti quelli che li abbiamo attraversati e le abbiamo superate veramente, questo processo lo abbiamo compiuto senza pentimenti, senza illuminazioni sulla via di Damasco e, soprattutto, con la convinzione che la reinvenzione della vita sia tutta da provare, sperimentare, verificare trasgressivamente. Nulla è dato per certo, se non che questo mondo ci va stretto come una camicia di forza.

 

il curatore

(alias RdE)

 


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