(Nicola Sergio Serrao)
In Italia le comunità terapeutiche incominciano a formarsi nella seconda metà degli anni Settanta: in particolare, dal '79 il fenomeno inizia a registrare un trend significativo toccando la punta massima nell'84 con 52 nuove strutture; è l'anno immediatamente precedente il Decreto Legge che prevede il finanziamento per gli interventi promossi in favore dei tossicodipendenti nel settore specifico del recupero e del reinserimento, finanziamento destinato per la prima volta, oltre che ai Comuni e alle U.S.S.L., alle strutture socioriabilitative private. Secondo quanto si può leggere nell'ultimo rapporto (ottobre '87) dell'Osservatorio Permanente sul fenomeno droga del Ministero degli Interni, il 70% dei 60 miliardi che dall'85 all'87 sono stati stanziati in base a quella legge, è stato destinato alle comunità terapeutiche private. Dalla stessa fonte si apprende che nel 1987 si contavano 661 strutture socio - riabilitative private (191 centri di prima accoglienza, 342 comunità terapeutiche residenziali, 128 centri di reinserimento) e che negli ultimi tre anni ( '85, '86, '87) l'incremento dei nuovi insediamenti era stato del 13% per anno; da queste stime possiamo azzardare che alla fine dell'89 il totale di queste strutture si aggirerà intorno alle 900 unità.
Dei 28.009 tossicodipendenti in trattamento alla fine dell'ottobre 87, 21.895 si erano rivolti alle strutture pubbliche (circa la metà ricevevano trattamento con sostanze sostitutive - metadone - ) mentre 6.114 erano accolti nelle comunità terapeutiche.
Oltre al finanziamento dello Stato, destinato esclusivamente a progetti ben definiti, intervengono ad incrementare le casse delle struttureriabilitative private il contributo e le elargizioni dei privati (chiese e partiti politici compresi), il reddito del lavoro del tossicodipendente ricoverato - che viene incorporato totalmente dalla comunità terapeutica e che spesso sottostà a iniziative economiche di largo respiro - e in più l'introito delle rette che i tossicodipendenti o chi per loro (famiglie, U.S.S.L. o entrambi) devono pagare mensilmente e che si aggira intorno alle 900.000 lire pro capite.
Per quel che riguarda la recettività, nel 60% dei casi vengono ospitati in ogni comunità dai 6 ai 20 ragazzi, per il 30% dai 21 ai 50 giovani, per il 10% oltre i 50 tossicodipendenti.
All'87 su 323 comunità residenziali censite solo 19 erano strutture pubbliche.
Il 63% delle comunitàè situato in aree rurali, il 37% in aree urbane.
Solo nel 40% dei casi vengono ospitati anche altri emarginati (alcolisti, ex carcerati, handicappati).
La maggioranza delle comunità terapeutiche (73%) applica un programma di riabilitazione integrando attività lavorative e trattamento socio - psicologico,mentre nel 17% dei casi esso si riduce alla sola attività lavorativa, e nel 10% consiste unicamente nella terapia socio - psicologica.
Il 25% del personale che vi lavora è specializzato (psicologi, medici, assistenti sociali, psichiatri) per il 75% si tratta di volontariato, di educatori, animatori, extossicodipendenti.
I programmi di recupero prevedono per il tossicodipendente almeno 4 o 5 anni di permanenza all'interno della struttura.
La diffusione della tossicodipendenza e i problemi che ha determinato nella società attuale sono sempre stati presentati in un'ottica distorta e ipocrita.
Innanzitutto perché, sulla questione droga, l'ideologia dominante scommette la sua stessa credibilità. L'idea che questo mondo, pur con le sue imperfezioni, sia il miglior mondo possibile, non può essere messa in discussione e chi volesse porsi fuori o contro di esso non può che essere un pazzo, un malato, un criminale o, per l'appunto, un drogato. In secondo luogo, perché un'analisi corretta delle problematiche che accompagnano il diffondersi del fenomeno evidenzierebbe l'impotenza della società a dare risposte sia sul piano delle motivazioni esistenziali (ovvero della loro mancanza) che conducono alla tossicodipendenza, sia sul piano delle possibilità reali di fermare quell'enorme affare economico che è il traffico degli stupefacenti.
I problemi reali e la loro origine vengono rimossi perché fuori dalla portata delle soluzioni che il sistema è in grado di offrire. Infatti un sistema che risponde alle esigenze umane solo con l'offerta di merce e che, anzi, forgia e prefabbrica i bisogni umani in funzione della produzione e del mercato, non può dare che la droga stessa, come merce, come feticcio assoluto, in risposta al malessere che sta alla base della ricerca di droga. Risposta al disagio, al vuoto di autenticità e di socialità reale, di comunità vissuta, alla mancanza di opzioni di autodeterminazione che vivono quotidianamente le giovani generazioni.
Questo dovrebbe essere il postulato di qualsiasi seria analisi sulla questione droga, ma è proprio questo assunto che viene rimosso, occultato, affinché le contraddizioni inerenti al diffondersi della tossicodipendenza siano in qualche modo esorcizzabili e mistificabili con un'operazione che da una parte enfatizza e drammatizza il problema e dall'altra lo riduce agli aspetti connessi alla patologia della dipendenza.
E’ più facile stigmatizzare sempre e comunque il drogato, riconducendone le problematiche alle sue incapacità o debolezze personali nell'affrontare la vita, alla sua presunta fuga da una realtà ipostatizzata, che rivelare l'impotenza di una società che, basandosi solo sulla dittatura dell'economico, non può combattere quella che è divenuta la merce per eccellenza: la merce-droga.
La dipendenza da stupefacenti si configura infatti nell'attuale società come dipendenza da una merce e dal ciclo economico che la mette in circolazione. I capitali investiti e gli interessi che maturano da questa circolazione sono enormi e i tossicodipendenti figurano innanzitutto come i "lavoratori" di questo ciclo continuo di valorizzazione del capitale; un capitale in grado d'accrescersi nel passaggio reiterato da merce a denaro, da denaro a merce, e che, divenuto una vera e propria potenza finanziaria mondiale, ha bisogno purtuttavia della manovalanza intossicata per esistere, come il capitale produttivo ha bisogno dei suoi operai. (Si confronti il testo in appendice: "Il ciclo di autovalorizzazione dell'eroina").
Le condizioni di base perché questa valorizzazione possa avvenire sono l'illegalità e la clandestinità del traffico e dello smercio di stupefacenti che, permettendo al loro prezzo di lievitare di volta in volta negli innumerevoli passaggi della circolazione, sono le cause della trasformazione inevitabile del consumatore in spacciatore e della sua ghettizzazione.
E’ a partire da queste condizioni che il tossicodipendente si separa dal resto della società del lavoro e riproduce se stesso all'interno di un'economia sommersa.
Il tossicodipendente diventa schiavo non tanto della sostanza in sé quanto del ciclo attivato dalla sostanza e vede in essa l'occasione per la riproduzione alternativa di se stesso (come persona fisica, come proletario), ma questa convinzione non gli viene dai poteri della sostanza bensì dal contesto, dal ciclo di sfruttamento occulto di cui le droghe dominanti (eroina, cocaina) sono le padrone.
E’ questo sfruttamento che determina quel processo di abbrutimento e annichilimento che porta la tossicodipendenza ad essere un problema sociale e i tossicodipendenti dei relitti consumati innanzitutto dallo stress di questo ciclo e subito dopo da una sostanza che, circolando illegalmente, è sempre adulterata.
Una risposta risolutiva rispetto a questa situazione dovrebbe passare attraverso la liberalizzazione delle droghe, ma ciò aprirebbe un campo di contraddizioni che il potere non ha intenzione di gestire.
Perciò le cause reali del meccanismo di diffusione della tossicodipendenza vengono occultate e prevale l'atteggiamento pragmatistico di un recupero operato, anzi tentato, prima attraverso la repressione e la medicalizzazione e poi attraverso la segregazione dei tossicodipendenti nel mondo separato delle comunità terapeutiche.
Meno il disagio profondo, base della diffusione della tossicodipendenza, può essere risolto dalla società o medicalizzato, più i ghetti delle comunità terapeutiche divengono l'unico referente a cui delegare la gestione della cosiddetta terapia. Comunità terapeutiche che appaiono quindi, per contrapposizione, come la panacea dove convivenza coatta, lavoro e gerarchia ristabiliscono i valori cardini su cui ristrutturare l'individuo che si è perso nella droga.
Alle comunità terapeutiche il tossicodipendente approda come su un'ultima spiaggia, quasi sempre dopo il fallimento del trattamento metadonico presso le strutture pubbliche.
All'interno della sua esperienza, generalmente, il tossicodipendente ha vissuto una serie di situazioni che lo hanno visto contrapporsi ai valori e ai ruoli codificati dalla norma. Al lavoro ordinario, agli impegni quotidiani, alle frustrazioni e al vuoto di una monotona quotidianità ha sostituito una pratica quasi sempre extralegale, che lo ha portato a escogitare mille sistemi per procacciarsi il denaro per la sostanza. Ha esaltato la sua negatività in funzione dell'unica passione che ha riempito la sua esistenza e, pur nella ripetitività dello scopo, dell'oggetto, del suo muoversi e desiderare, ha vissuto in antagonismo alla piatta routine della vita sociale che lo circonda, affrontando le contraddizioni della sua progressiva proletarizzazione nutrendosi di emozioni intense, di desideri assoluti, vivendo a volte esaltanti e rocambolesche avventure. Ma proprio per effetto di questa totale proletarizzazione, il "tossico" alla fine giunge a sentirsi stritolato dal ciclo economico da cui dipende e che lo vede ogni giorno in prima linea in quella che è diventata una guerra per procacciarsi la dose.
Quando arriva alle comunità terapeutiche (vi arriva circa un quinto dei tossicodipendenti che richiedono un trattamento) è perché da questa guerra è uscito sconfitto e proprio su questa resa si basa l'approccio degli operatori delle comunità terapeutiche e tutta la loro filosofia sul recupero. Più questa resa ha il carattere di una resa totale, più si afferma il nuovo diktat della comunità terapeutica.
Non è un caso che su questa situazione si siano buttati a pesce i cattolici, riciclando e valorizzando quella visione della vita e della società alla quale i giovani nella realtà sociale (specialmente degli strati più proletarizzati) sono sempre stati refrattari e a cui i tossicodipendenti in special modo, quando non vi si sono coscientemente ribellati, hanno offerto la massima resistenza.
Una cosa analoga è successa in questi stessi anni '80 nei confronti della lotta armata, dove la sconfitta storica del terrorismo e il pentitismo hanno aperto la strada alla mediazione col potere politico proprio a quella chiesa cattolica espressione dello stesso dispotismo che i terroristi combattevano. Anche in quel caso la resa fu totale e i cattolici si confermarono come quelli che da sempre hanno costruito la loro forza a partire dalle condizioni di estrema debolezza degli altri.(1)
Quale occasione migliore per il volontariato cattolico che l'assistenza al drogato per rispecchiare sulle condizioni di questi la propria illusione di essere libero, per legittimare i valori e le norme dello status quo e dell'ideologia dominante, per sentirsi dalla parte del giusto con la propria coscienza? Il personale che opera nelle comunità terapeutiche proviene spesso dal volontariato di estrazione cattolica (per il resto si tratta di ex - tossicodipendenti e in percentuale minore di personale specializzato: medici, psicologi, assistenti sociali) che ha così modo di esorcizzare i propri problemi dedicandosi a quelli dei tossicodipendenti, i propri sensi di colpa proiettandoli su quelli del drogato, puntando con la persuasione, l'insistenza e il ricatto alla conferma della propria ideologia e scala di valori.
La comunità terapeutica evita, prevalentemente, di prendere in carico il tossicodipendente a partire dalla crisi di astinenza e lo accoglie solo dopo una prima disintossicazione ma, di fatto, quando il tossicodipendente vi giunge, la sua scelta è condizionata dalla impossibilità di determinarne altre e dall'idea che, andando incontro all'allontanamento dal suo ambiente, potrà liberarsi definitivamente dall'eroina. Da questo momento in poi, il potere che il tossicodipendente alienava all'eroina dovrà essere alienato alla comunità terapeutica, nella cui logica il tossicodipendente è un soggetto che va programmato ex-novo, che deve essere totalmente ristrutturato e al quale non si può lasciare nessuna libertà se non a rischio che scappi per andare a drogarsi. (Su questa idea si giustifica persino la spoliazione del soggetto di qualsiasi bene o mezzo materiale che gli possa consentire di comprarsi la dose. In alcuni casi vengono sequestrati addirittura l'orologio e i documenti personali). Il lavoro dovrà impedirgli anche di pensare, visto che il suo non può essere che un pensiero fisso; e il lavoro, infatti, costituisce la terapia per eccellenza (ergoterapia) in tutte le comunità terapeutiche. L'assunto che "il lavoro rende liberi", di nefasta memoria,(2) si erge infatti a verità indiscutibile, valore assoluto e metodo insieme, assumendo la massima valenza terapeutica. Il lavoro per il lavoro, dunque, come mezzo di riabilitazione anzi di redenzione da una vita fatta di espedienti; un lavoro non remunerato i cui introiti sono incorporati interamente dalla comunità terapeutica.
La crisi d'identità del tossicodipendente si deve risolvere anzitutto attraverso l'assunzione di ruoli all'interno del gruppo: così vuole il trattamento del programma; ruoli all'interno dei quali l'identità resta negata, ma che permettono di instaurare quella disciplina considerata indispensabile acquisizione per la formazione di un nuovo carattere, di una nuova personalità, per forgiare una volontà che renda il soggetto forte di fronte alle future tentazioni di drogarsi: è l'inizio del programma che investe il tossicodipendente come un puro oggetto da manipolare. Nello stesso tempo, disciplina, lavoro e rotazione dei ruoli garantiscono la coesione del gruppo, di un gruppo che appare subito come un ghetto di malati, di uomini deboli ed insicuri in cerca di forze e sicurezza, di peccatori in via di redenzione costretti a fare della loro condizione di sconfitti il loro habitat. Se si pensa che, nella maggior parte dei casi, alla condizione di isolamento (il 63 % dei centri è dislocato in aree rurali sperso lontanissime dai centri abitati) si aggiunge l'astinenza sessuale, in quanto la maggior parte delle comunità terapeutiche formano strutture separate per maschi e femmine argomentando che le implicazioni emotive e sentimentali di un rapporto amoroso potrebbero far inceppare il programma di recupero, si può immaginare quanto questa coabitazione forzata - e determinata dal comune malessere - possa diventare invivibile e capire perché dopo un primo periodo una buona parte di ricoverati rinunci e ritorni a casa.(3)
Alla logica che solo attraverso l'autodisciplina e il rispetto delle norme che regolano la vita separata e coatta del ghetto-comunità, si realizza il lungo cammino di riappropriazione di sé, corrisponde ovviamente una logica della gerarchia che diventa, come il lavoro, parte integrante del programma e anzi ne definisce le fasi.
L'assunzione di responsabilità all'interno del gruppo scandisce, infatti, l’iter del recupero, e in questa scala gerarchica la figura dell'ex-tossico (almeno tre anni di comunità alle spalle) assume la doppia valenza di rappresentare la realizzabilità del programma, garante quindi del metodo, e di disciplinare il gruppo sulla base delle regole imposte alla coabitazione forzata.
Al vertice di questa gerarchia vi è sempre una figura carismatica: il fondatore, il "patriarca" della comunità.
A volte si tratta di un padre-padrone come a San Patrignano (Muccioli nell'89 ha ricevuto il premio intitolato ad Almirante per "meriti sociali"), mega-comunità dove si sono verificati casi di incatenamento e di suicidio, a volte di un Guru all'occidentale com'è nelle comunità multinazionali "Le Patriarche" o in quelle di ispirazione americana (adesso chiuse perché sotto accusa per truffa e lavaggio del cervello) che facevano capo a Ron Hubbard e alla setta scientologista di Dianetics o, nella maggior parte dei casi, di un prete in odor di santità. Questa figura rappresenta il terminale di un transfert che, lungo la catena gerarchica che struttura l'organizzazione della comunità terapeutica, modella i ruoli che gli operatori e gli ex-tossicodipendenti vanno via via assumendo con lo sviluppo progressivo dei programmi e l'estensione territoriale dei centri.
L'ideologia della salute e della normalità come condizioni necessarie alla partecipazione alla vita associata permeano quelli che sono definiti gli interventi socio-psicologici all'interno della comunità.
I momenti e i metodi di trattamento psicologico, in quasi tutti i casi integrati al resto del programma, cioè all'attività lavorativa, sono generalmente di due tipi: uno, prescinde dalla presenza di uno psico-terapeuta e consiste in periodiche sedute di auto-coscienza dove i "tossici" membri del gruppo si confrontano prevalentemente sulle difficoltà della loro vita associata, ma si autogratificano anche della scelta fatta, valorizzano i buoni sentimenti e le buone intenzioni che dovrebbero sorreggerla, esecrano la vita di piazza che sta alle loro spalle e tentano di autoconvincersi che la comunità terapeutica è l'unico e l'ultimo rifugio possibile; l'altro, invece, è un intervento individualizzato e mirato che viene affidato al personale specializzato, per l'appunto uno psicologo interprete di quella psicoterapia che si riduce a tecnica manipolatoria in vista dell'adattamento dell'individuo alle norme comportamentali. L'armamentario specialistico di questi signori si collega infatti più alla psicologia classica pre-analitica che a seri strumenti di analisi della psiche e dell'inconscio. In particolare, la loro concezione psicologica si rifà quasi sempre al modello di scuola americana della "Ego-psychology" di Hartman; concezione nella quale, a dispetto della psicoanalisi freudiana, viene reintrodotto il concetto di un Io autonomo, di un Ego in grado di ergersi al di sopra della conflittualità della persona. Questo Ego diviene la misura del reale, supporto al sentimento di inneità del soggetto che, a partire da questo valore stabile, può rideterminare e controllare i suoi interessi e i suoi rapporti col sociale. La vocazione pedagogica di questa dottrina psicologica idealizza la costruzione di una personalità adialettica, organica, armonica e ben adatta ad integrarsi nello spettacolo sociale.
Per Freud, l'Io, strettamente legato al sistema Percezione-Coscienza, è di natura conflittuale, poiché nasce da e si sviluppa nel conflitto con l'Es, derivando da esso il suo patrimonio pulsionale. Nella concezione di Hartman, invece, torna a delinearsi un Io funzione del reale e del vero che ricorda da vicino il vecchio e mai morto coscienzialismo razionalistico di matrice cartesiana. In Hartman, ad un Es che si intende come luogo dell'istinto, si contrappone un Io dalle idee chiare e distinte, serenamente autonomo nella sua area libera da conflitti (non-conf1ictua1sphere). Questo carattere di neutralità e di autonomia dell'Io è ribadito nella formulazione del concetto di "interessi dell'Io" contrapposto a quello di Freud di "pulsioni dell'Io" e di quello di "energia neutralizzata" che si contrappone a quello freudiano di sublimazione.
Questa concezione che implica una completa desessualizzazione (delibidinizzazione) dell'energia di cui l'Io viene a disporre ed esorcizza il carattere libidico di tutta la vita psichica, spezzando la visione unitaria (Io - Es) a cui era giunto Freud, reintegra la vecchia contrapposizione tra ragione e istinto, privilegiando naturalmente l'aspetto razionale cosciente e adattivo di pertinenza dell'Io. Questa dottrina psicologica si fa portatrice delle istanze ideologiche di una società fortemente repressiva, dominata dalle esigenze dell'adattamento, dell'efficienza produttiva, del successo individuale; esigenze per le quali è necessario lo sviluppo di un "Io forte" e competitivo e in funzione delle quali lo psicoterapeuta identifica il suo ruolo in quello di chi induce e favorisce l'adattamento ad una realtà sulla quale non è lecito discutere.
Alla luce di queste osservazioni sul contesto psicologico, la comunità terapeutica si configura come un sistema dove il concetto stesso di piacere viene misconosciuto e le pulsioni rimosse o convogliate, attraverso la teoria degli "interessi dell'Io", verso l'adeguanza al ruolo che, all'interno di quella microsocietà coatta è possibile assumere per sopravvivere. Così il tossicodipendente che vi resiste anni - perché di anni di permanenza si nutre il programma riabilitativo - in realtà non fa che perpetuare quella pulsione masochistica che, nata e alimentata all'interno dell'esperienza eroinica - ma che in quell'esperienza trovava compensazione e sbocco nel piacere del buco - ora viene indirizzata nel senso della sottomissione all'ideologia, della catarsi e della riabilitazione, dove auto punizione, sottomissione alla gerarchia e assunzione del ruolo di "ex" ne costituiscono l'espressione, il percorso, la nuova compensazione.
Per il tossicodipendente che resiste, col passare degli anni la dipendenza dall'eroina si è trasformata in dipendenza dalla comunità. L'integrazione all'interno di essa e la promozione nella scala gerarchica organizzativa lo legano come non mai. Solo la minor parte delle comunità terapeutiche riesce realmente ad inserire un esiguo numero di tossicodipendenti riabilitati in un tessuto sociale autonomo, mentre, nella maggior parte dei casi, l'ex-tossicomane viene coartato dalla struttura di una comunità che è divenuta, dopo anni di permanenza, tutto il suo mondo. Alcune comunità, vere e proprie catene multinazionali (quelle del gruppo "Le Patriarche" potrebbero organizzare le olimpiadi per tossici riabilitati), riescono a moltiplicarsi e ad ingrandirsi proprio grazie al fagocitamento di questi nuovi operatori, nei confronti dei quali viene sempre fatto pesare come un grande senso di colpa l'eventuale progetto di autonomizzarsi rispetto alla comunità.
Il ricoverato si trasforma quindi da tossicodipendente a comunità-dipendente: dopo il tunnel della droga, il tunnel della comunità terapeutica da cui è altrettanto difficile uscire.
Le comunità terapeutiche, investite della delega che la società indirizza loro rispetto al "che fare" sulla questione droga, assolvono gli stessi compiti che la medesima società delega alle carceri e ai manicomi: isolamento dalla società, disinnescamento del potenziale criminale, adattamento al sociale. Ma, del carcere, le comunità terapeutiche costituiscono un perfezionamento, in quanto in esse la repressione è occultata e le istanze repressive sono interiorizzate dagli stessi "utenti". Mentre nel carcere, infatti, i detenuti, pur in condizioni aberranti di privazione totale della libertà, conservano una loro autonomia critica rispetto al potere che si contrappone loro in forma evidente, nelle comunità terapeutiche la repressione si sostanzia di quegli stessi meccanismi che impone a regolazione dei rapporti interpersonali e della vita associata e si rafforza escludendo da qualsiasi autonomia critica i soggetti che vi permangono.
Così le comunità terapeutiche a loro volta concorrono a sostanziare l'ideologia che le legittima, quel meccanismo di rimozione e mistificazione che, non riconoscendo nel processo sociale e nel ciclo economico che sta dietro al fenomeno, la causa fondamentale dell'abbrutimento del tossicomane, né d'altra parte, essendo in grado di ravvisare la reale portata delle contraddizioni della soggettività umana, riconduce il problema del trattamento della malattia ad una terapia che è tutt'uno col diktat del riadattamento sociale: un'ideologia che concepisce l'individuo come un ente astratto, ipostatizza la realtà ed idealizza e valorizza la persona come maschera sociale, negando l'uomo e il soggetto reale.
Ben lungi dall'essere la soluzione, la comunità terapeutica è, rispetto alla dimensione e alla complessità del fenomeno droga, una piccola valvola di decompressione delle tensioni sociali prodotte da un mercato dell'eroina in espansione progressiva; mercato che sempre più sussume i consumatori al suo ciclo di valorizzazione e a dispetto dell'eventuale significato trasgressivo dell'uso di droga, li inquadra come lavoratori totali e proletari assoluti.
Comunità terapeutica, dunque, come funzione del controllo sociale, serbatoio di consenso e parte integrante di un sistema in cui il tossicodipendente mantiene, da sé solo, almeno dieci persone: il grande trafficante, lo spacciatore, il ricettatore, l'assistente sociale, il medico, lo psicologo, lo sbirro, l'avvocato e almeno due operatori delle comunità terapeutiche (per non parlare dei politici e i giornalisti specializzati). Sistema che, dietro la maschera pragmatica di chi si interroga sul che fare, succhia dal "dramma della tossicodipendenza" linfa vitale per sopravvivere.
All'impossibilità per il tossicodipendente di riscattare un qualche valore d'uso dell'eroina dal ciclo del suo valore di scambio e di liberare l'appagamento contenuto nella merce dalla sua funzione repressiva, all'impossibilità di tradurre la trasgressività dei suoi comportamenti in un reale antagonismo sociale, corrisponde l'attivazione di quella particolare forma - struttura del controllo sociale che è la comunità terapeutica.
Se da sempre il controllo sociale è esercitato al fine di prevenire o eliminare la devianza dalle norme e dai modelli sociali consolidati con metodi più o meno coercitivi, nella moderna società postindustriale, dove è sempre più frequente l'emergenza di fenomeni di crisi, la funzione del controllo sociale si è evoluta nel senso di una finalizzazione al contenimento di queste crisi. Quando la causa ultima della crisi è la mancata produzione da parte del sottosistema culturale (famiglia, scuola, massmedia, altre istituzioni) di valori e motivazioni individuali utili contemporaneamente all'accumulazione economica e al consenso politico, la crisi può essere controllata solo da politiche sociali razionalmente tese a rilanciare la produzione di tali valori (cfr. Habermas - La crisi della razionalità nel capitale maturo - 1975).
In una società dove l'ideologia è immediatamente forza materiale di dominio, le operazioni di repressione, recupero e riabilitazione nei confronti della devianza, oltre ad essere una risposta al problema specifico, sono l'occasione per la riproposizione riautentificante dei valori generali di adeguamento sociale e hanno una funzione che va al di là del settore particolare verso il quale sono dirette, investendo tutta la comunità sociale. E’ per questo che il potere ha sempre bisogno di cavalcare qualche emergenza per poter uscire ulteriormente legittimato e rafforzato nella sua ragion d'essere.
Di questo moderno orientamento, con il quale la società postindustriale affronta gli elementi destabilizzanti del modello su cui si fonda, le comunità terapeutiche possono considerarsi la punta di diamante.
Esse rappresentano, infatti, meglio di qualsiasi altro modello la capacità di riciclaggio, riproduzione e propaganda dei valori che sono alla base del consenso sociale e politico. Ciò è vero al punto che la relazione col fenomeno droga potrebbe apparire secondaria rispetto al valore assoluto del risultato cui tendono queste strutture (esse non curano dalla dipendenza ma fabbricano un soggetto totalmente ristrutturato e riadattato) se non fosse che è proprio la condizione di estrema debolezza e la drammaticità della situazione di partenza dei tossicodipendenti ricoverati a permettere quei risultati eclatanti così ben enfatizzati.
Quando la comunità di San Patrignano, nel novembre '83, esibisce nella palestra-chiesa il matrimonio di sedici coppie di ex-tossíci riabilitati, viene da chiedersi come possa aver avuto un successo così tristemente totale l'opera di condizionamento svolta. L'unica risposta plausibile è che la gestione dello spettacolo della droga vissuta come dramma-catarsi-salvezza, coincida immediatamente con la capacità, da un lato, di riautentificare i valori cardine su cui si basa questa società della costrizione, del lavoro alienato, dell'ubbidienza incondizionata e dall'altra parte, quella di negare al soggetto dimensione diversa dalla sua totale aderenza a qualsiasi normalità. Ecco allora che i suicidi avvenuti a San Patrignano, ben lungi dall'essere pura e semplice espressione della debolezza o incapacità del drogato di "ricominciare a vivere", possono essere letti, invece, come originati dall'impossibilità di sottrarsi a questa logica dell'adeguamento normativo come unica dimensione e denuncia dello strapotere di queste strutture sul soggetto che vi capita dentro. Il trionfalismo che ha sempre accompagnato le uscite pubbliche delle comunità terapeutiche è il segno di un trionfo sull'uomo, sul soggetto umano, delle istanze più alienanti e totalizzanti della moderna organizzazione sociale; vuole essere la dimostrazione enfatizzata della potenzialità di recupero di un potere assoluto di manovra da parte del sistema rispetto alle proprie contraddizioni, espressione di una ben nota capacità di controllo e canalizzazione di esse.
Come sempre queste operazioni avvengono dietro la maschera della solidarietà umana che, ad un occhio critico, le rende ancora più infami e stomachevoli, come stomachevole è tutto l'alone di melensi luoghi comuni che da sempre circonda l'attività delle comunità terapeutiche e che così bene integra quell'interessata ed ipocrita drammatizzazione del fenomeno droga di cui si fanno portatori i massmedia. Ma proprio questa maschera, con l'incremento progressivo della criminalità connessa alla circolazione illegale e clandestina della droga e per effetto delle nuove leggi repressive sul consumo degli stupefacenti è destinata a cadere: le strutture riabilitative private diventeranno a poco a poco delle vere e proprie case di reclusione surrogando quelle che erano le funzioni dei riformatori e del carcere minorile e rivelando il loro vero volto al di là di ogni alibi e copertura ideologica.
1. Lo stesso fenomeno di contenimento della crisi si è realizzato in Italia nei confronti della lotta armata, dove il gioco dialettico tra pentitismo e perdonismo è coinciso con il riciclaggio dei valori su cui si basa il patto sociale e sul ribaltamento di quelli del lottarmatismo. Pentiti e dissociati sono divenuti portatori e pubblici sostenitori della democrazia, dell'interclassismo, della non-violenza, del riformismo, del pacifismo, del rispetto della persona umana e delle regole del gioco, operando un vero e proprio capovolgimento rispetto alla loro precedente scala di valori e partecipando attivamente all'opera di pacificazione sociale e restaurazione politica che è seguita alla sconfitta della lotta armata. La nuova riproposizione sulla scena sociale dei valori dominanti si è rivelata forza materiale ancora più efficace dello stesso confronto militare e la forma di consenso ottenuta nei confronti delle istituzioni così forte da superare il risultato di semplice vittoria politica sul terrorismo.
Altre analogie:
- i dissociati, come gli ex-tossici nelle comunità terapeutiche, si sono fatti struttura gerarchica, ceto politico privilegiato nei confronti della massa dei detenuti comuni, loro referente per eventuali rivendicazioni di carattere riformistico;
- il volontariato della chiesa cattolica si è potuto riproporre sulla scena sociale in prima fila, come per i tossicodipendenti, per costruire occasioni di recupero nei confronti dei detenuti politici;
- anche in questo caso vale la considerazione che l'operazione di recupero
alla "normalità" da parte di queste organizzazioni "solidaristiche" ha
avuto effetto a partire dalla condizione di estrema debolezza dei detenuti
politici con decine di anni da scontare nei carceri speciali.
2. "Arbeit macht frei" era la scritta che campeggiava
sui cancelli di Auschwitz.
3. E’ uno dei pochi casi in cui la "terapia" non favorisce
la risocializzazione e rapporti forti (affettivi, sessuali ecc.), ma li nega
volendoli sostituire solo con la comunità.
(NSS)
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