Riccardo D'Este

TRANSMORALIA

(sul Drago e i suoi dintorni)

 A differenza di molte anime belle, non mi scandalizza particolarmente che oggi, sull'onda della "linea dura", si vogliano mettere in galera i drogati o, come si preferisce dire, i tossicodipendenti. I quali, sotto qualsivoglia regime legislativo, in galera ci sono sempre finiti, prima o poi, per un tempo maggiore o minore, a meno che non possedessero ascendenze influenti, ricchezze proprie o famigliari, o diventassero attivi collaboratori delle polizie. Questo per una ragione di palmare evidenza: sul libero, ancorché proibito, mercato delle droghe, i prezzi sono assai alti; chi si vuol dedicare con costanza al loro consumo è oggettivamente obbligato ad infrangere con altrettanta costanza il codice penale, unico modo per tentare di far quattrini alla svelta. L'infrazione ripetuta del codice penale porta in galera: le probabilità e le organizzazioni poliziesco - societarie ti sono contro. Non c'è scampo: il drogato è carne di galera. 0 da marciapiede (ma le due cose non si escludono, anzi si convalidano mutuamente).

Perciò mi lasciano abbastanza indifferente le lamentazioni pseudoumanitarie di chi non vorrebbe vedere in carcere il drogato, ma sì in specifiche "comunità" sedicenti terapeutiche o di recupero, dove subire un'evidente lagerizzazione e pure il lavaggio e il risciacquo dell'anima. Infatti, oltre a costituire un colossale giro d'affari - ormai di miliardi di miliardi, su scala mondiale - le "comunità", farsa beffarda d'ogni reale comunità, sono deputate proprio a questo: essere prigioni più efficienti, perché non si limitano a rinchiudere i corpi, ma tendono anche a riciclare e condizionare le menti degli sfortunati che vi incappano, che, non a caso, a volte cercano di "liberarsi" nel modo estremo, il suicidio, come certi episodi recenti avvenuti in talune comunità italiane hanno ben dimostrato.

Dunque, quello che mi scandalizza ed indigna davvero, sempre a differenza delle anime belle, è la stessa esistenza delle carceri e delle pene, l'accettazione socialmente diffusa della loro "funzione", vale a dire della loro utilità. Mi scandalizza che chiunque vi possa venir condotto e rinchiuso, a qualsiasi titolo.

Per il cosiddetto drogato, questa nuova figura sociale e simbolica, polluzione dell'inquinamento sociale e suo emblema, mi indigna che l'alternativa fra "duri" e "morbidi" sia fra la galera pura e semplice o la prigionia più raffinata delle comunità, questi centri di condizionamento psichico, di normalizzazione, di reclutamento ideologico, rette per lo più, e non a caso, da intraprendenti preti alla ricerca di sbandate greggi e, soprattutto, di benemerenze e riconoscimenti, assai più presso la divinità dello spettacolo che davanti al loro dio, o da affaristi dell'umanitarismo e della sofferenza altrui che, con buona scelta di tempo, hanno saputo crearsi un business altamente redditizio: mano d'opera a basso costo e spesso pagante, interventi istituzionali ampi e crescenti, un giro d'affari di miliardi. t di tutto questo che è tempo di cominciare a scandalizzarsi ed indignarsi.

Tanto meno mi sorprende che nell'ultimo piano americano contro la droga, nel "fronte interno", venga previsto l'internamento coatto dei "drogati" in campi paramilitari e di lavoro forzato, entrambi "riabilitativi", dove finalmente quei disgraziati capirebbero cosa significa essere veri uomini e, per giunta, americani - cioè dei decerebrati attivi e polivitaminici. La tesi, seppur rozza, è semplice e nessuno sinora l'ha contestata (al massimo qualcuno, più "illuminato", ne contesta le forme, i mezzi, i metodi): il recupero del drogato deve passare attraverso la sua assimilazione alla società e ai valori dominanti, alla sua omogeneizzazione ad essa e ad essi. Perché stupirsi, dunque se si vuole imporre una sorta di servizio militare particolare e l'ergoterapia, con l'irrogazione di dosi immodiche di lavoro, dopo che i cardini stessi di questa società sono gerarchia, autorità, produzione e consumo "sudato"? t che in questa società deve essere rifunzionalizzato l'anomico, in questo caso il drogato.

Scandaloso e ripugnante è che tutto ciò venga ancora proposto, imposto e accettato, per "sani" e per "drogati", e che anzi la gente ne discuta prendendosi reciprocamente sul serio.

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Recentemente, sul "Wall Street journal" è apparso uno scambio di lettere tra Milton Friedman, economista della scuola di Chicago e premio Nobel per l'economia nel 1976, da anni schierato su posizioni "liberiste" e favorevole alla liberalízzazione della droga, e Willíam Bennett, l'ideatore e responsabile del cosiddetto "piano Bush" contro la droga che, anzi, almeno negli USA, viene conosciuto come "piano Bennett".

Questo scambio di '1ettere aperte" è stato pubblicato anche in Italia, dal quotidiano "La Stampa" di Torino e di Agnelli, giornale che cerca di distinguersi per le sue posizioni "problematiche" sull'argomento, al punto da attirarsi gli strali dell'eccitabilissimo onorevole Craxi, anche se vi è chi sospetta che questa polemica altro non sia che parte dell'affrontamento fra lobbies diverse e spesso contrapposte, come quelle che fanno rispettivamente capo alla Fiat e al Garofano, senza che questo comporti un'effettiva opposizione di interessi; l'opposizione riguarda la gestione degli interessi stessi, vale a dire "chi comanda".

In questo pubblico e artificioso epistolario, non mi ha certo colpito la, peraltro legittima, discordanza di opinioni tra Friedman e Bennett riguardo ai mezzi da adottare nella "lotta contro la droga", giacché si sa che, nel mercato delle opinioni, tutte sono legittime, o aspirano ad esserlo, tutte sono tollerate o tollerabili, spesso addirittura stimolate, purché rimangano tali, cioè delle mere opinioni.

Mi ha semmai irritato un po' la fraseologia utilizzata dai pretesi contendenti, ancheggiante fra l'enfasi e la ridondanza, spesso al confine del delirio, e la falsa umiltà, la modesta ragionevolezza. Ma in fondo era un'irritazione relativa perché tutti ben conosciamo la melliflua arroganza di simili prose ufficiali, e non c'è troppo da stupirsi o indignarsi.

Ciò che invece mi ha davvero colpito è stato il sostanziale accordo tra questi "acerrimi" duellanti, accordo sul senso del fenomeno, seppur non sui metodi adeguati per fronteggiarlo e risolverlo. Entrambi, insomma, parlano del Drago, lo dipingono come un virus alieno che proviene chissà da dove e chissà perché per intaccare una società che, altrimenti, sarebbe sufficientemente ordinata, accettabile. Per erodere dei valori che entrambi i contendenti riconoscono come comuni o addirittura universali. E la difesa della società, di questa società che sembra stare a cuore ad entrambi ed ai loro partiti (in senso lato); che i morbi sociali, e la droga fra essi, siano intrinsechi a questo assetto societario, al tipo di produzione, di consumo e di spettacolo che viene socialmente imposto, ebbene tutto questo sembra non interessarli, quasi non esistesse. E la diatriba, dunque, riguarda soltanto l'uso dei mezzi; una diversa filosofia, certo, ma nel quadro complessivo della difesa ad oltranza dei valori sociali "di fondo", e di quelli americani innanzitutto.

"Caro Bill" e "Caro Milton", iniziano le loro lettere, ma traspare qualcosa di più della formula di cortesia che potrebbe anche essere soltanto di maniera o addirittura ironica. In realtà, viene veicolato un messaggio piuttosto preciso: in democrazia è permesso anche il dissenso più aspro perché è già dato per comunemente accettato che sulle questioni di base - la democrazia, per l'appunto, e i suoi meccanismi regolativi - si è comunque d'accordo, dalla stessa parte. L'esempio più alto viene dato dai Parlamenti e dallo spettacolo che offrono. Possono esistere anche situazioni limite, come in Italia, in Francia e in alcuni altri paesi, dove sono compresenti formazioni che si definiscono di estrema destra ed altre di sinistra estrema; quello che importa è che siano tutte riunite sotto lo stesso tetto, seguendo le stesse regole del gioco, lanciando tutte insieme un identico messaggio: dentro il meccanismo, e attraverso la sua accettazione, i margini di divergenza possono anche essere ampi, a patto che non si trasgrediscano le regole di base; fuori, esistono soltanto il terrorismo, la follia, la criminalità, la malattia, la demenza.

Nella manipolazione e codificazione del simbolico, lo stile", in questo caso l'uso dei toni, ha un'importanza decisiva. Così Friedman, campione della forza della ragione, usa un tono dimesso, a volte quasi implorante; emblematicamente suggerisce: le mie ragioni sono tali che posso permettermi di pregarti, di implorarti, "caro Bill" (William Bennett), affinché tu le riconosca ed utilizzi, per il bene comune, degli Stati Uniti e dell'umanità tutta.

Bennett, invece, si è deputato ad essere campione della ragione della forza e, quindi, a dispetto del "caro Milton", è sferzante, aggressivo, tracotante; non spiega od argomenta, ma ordina ed impone e fa capire chiaramente che può permettersi di farlo.

Ma, ripeto, inquesta schermaglia anche aspra, mai e poi mai esce un barlume di critica sociale, mai e poi mai ci si interroga sui veri perché della diffusione delle droghe e, benché non si parli d'altro che di pretesi rimedi, non ne viene offerto alcuno che tocchi la radice vera del problema.

Scrive Friedman: 'Tei non si sbaglia quando ritiene che la droga sia una piaga che sta devastando la nostra società. Lei non si sbaglia a ritenere che la droga stia facendo a pezzi il nostro sistema sociale, rovinando le vite di molti giovani e imponendo pesanti costi a coloro che sono i meno fortunati tra noi. E lei non si sbaglia quando pensa che la maggior parte dell'opinione pubblica condivida le sue preoccupazioni. Infatti, lei non è in errore nel fine che vuole ottenere".

A parte lo stile retorico e mieloso, queste affermazioni sono degne di interesse per il senso che esprimono. La droga è una "piaga" della nostra società, cioè una sorta di malattia contaminante, una specie di peste che aggredisce quella società che è invece "nostra", cioè di tutti noi, una società sostanzialmente valida e positiva se non ci fossero questi "accidenti", fra cui la droga. La droga sta facendo a pezzi il nostro sistema sociale: nessun dubbio, quindi, sull'intrinseco valore del "nostro sistema sociale", nessun dubbio che, invece, sia proprio esso drogato e drogogeno, che la "droga" sia un colossale affare di Stato, e attraverso il proibizionismo, che valorizza smisuratamente e artificiosamente la merce, e, ora, con e per questi programmi repressivi su vasta scala. La "NationalDrug Contro 1 Strategy ", annunciata da Bush il 6 settembre 1989, non esprime soltanto una precisa volontà politica degli USA di interferire nelle politiche dei paesi terzi (e terzomondiali), ma anche quella di mettere in piedi un imponente "affare" in senso strettamente economico: le strutture repressive programmate richiedono un grande dispíegamento di personale e di mezzi, diventano di fatto, un'industria. t l'industria del recupero, se così la si vuole definire ed a dispetto dei mezzi usati (nel Delaware, solo il rifiuto da parte del "parlamento" statale ha impedito che diventasselegge la pubblica fustigazione dei consumatori di droghe!). Ma un'industria agguerrita, che naturalmente non può né vuole farsi mancar la materia prima: i drogatí. Quando si afferma che queste strategie sono drogate e drogogene, non si vuol fare della banale propaganda: è esattamente così. Il "drogato" diventa un soggetto importante in queste economie riproduttive; consuma e diffonde una merce "drogata" nei prezzi, costruisce un mercato sommerso di lavoro nero o illegale, è la base di strutture pubbliche e "assistenzialí", nonché repressíve, che occupano migliaia di "operatori"; consente una produzione bellica e, più in generale, una struttura militarpoliziesca giustificata proprio dalla "guerra alla droga". Il ciclo si chiude.

Può forse stupire che proprio un antiproibizionista, e per giunta economista riconosciuto, qual è Milton Friedman non sappia cogliere gli aspetti economici di questa merce feticcio e del feticcio della sua pretesa repressione, accettando implicitamente le banalità secondo le quali la droga è un "male", arrivato chissà come e chissà da dove, per chissà quale malefico influsso. Insomma, il Drago.

Ma non ci si può stupire più di tanto, dato che è proprio la volontà di offuscare o celare i meccanismi di autovalorizzazione del capitale ad essere I"'anima" degli economisti e dell'economia, ridotta a supporto del "management", da quella Il scienza" che pretendeva di essere e che, nelle sue espressioni politiche e critiche, fu. E proprio là dove il carattere di feticcio della merce risalta con maggiore evidenza, come nel caso della merce droga, là devono venire compiuti i maggiori sforzi per occultarlo, per dissimulare la natura di merce della droga, trasportandola su terreni "morali", "sociologici", " politici" o addirittura militari.

William Bennett risponde da par suo, con l'arroganza che il potere gli conferisce. Si permette di scrivere delle sciocchezze che forse neppure Reagan , travestito da cow - boy, si sarebbe consentito e maggiori addirittura di quelle a cui si lasciano andare San Giorgio Craxi e i suoi garofani chierichetti.

Benché le questioniessenziali siano altre, e ben esplicitate, come si vedrà in seguito, mi piace citare un paio di queste grossolanità per il puro divertimento del lettore ironico.

"Nei Paesi che producono oppio e cocaina, il consumo della droga tra i contadini che la coltivano cresce costantemente". Ebbene, il senso del ridicolo pare essere assolutamente estraneo al "caro Bill" o, viceversa, possiede un sense of humour così macabro che a me sfugge. La storicamente famosa "guerra dell'oppio", voluta dalla Compagnia delle Indie per introdurre forzosamante l'oppio (coltivazione e consumo) in Cina e in tutto l'Estremo Oriente sparisce con un colpo dell'autoritaria, sebbene non autorevole, spugna del caro Bill. I contadini, avendo libero accesso all'oppio (e non perché economicamente costretti alla coltivazione intensiva del "papaverus albus"!), si lasciano andare a ogni nefandezza, e si drogano, si drogano. (A titolo di curiosità, si può riferire che recenti studi, non a caso diffusi soltanto in ambienti "scientifici" ristrettissimi, hanno rilevato che mediamente la vita di un fumatore di oppio in "ambiente naturale" giunge ai 75 - 80 anni, toccando anche punte più elevate, quando l'inizio dell'abitudine è intorno ai 14 anni. Troppo facile risulterebbe l'ironia intorno alla vita media del consumatore di derivati dall'oppio in "ambiente innaturale", in specie nelle metropoli, e di qualsiasi cittadino urbano, seppur normalissimo).

In Perù e in Bolivia e, più tardivamente, in Colombia è stato uso costante facilitare, favorire, stimolare la masticazione delle foglie di coca da parte dei contadini affinché sopportassero meglio la fatica. Non solo. Ma nel processo di raffinazione che conduce alla cocaina in cristalli, rimane un "residuo", una pasta di coca assolutamente invendibile nei paesi "sviluppati". Questo residuato, perché di ciò precisamente si tratta, viene offerto ai contadini in cambio di una parte maggiore o minore del salario che dovrebbe essergli erogato, a seconda del grado di assuefazione maggiore o minore del contadino stesso. Eggià, caro Bill, che i contadini si drogano!

L'altra meravigliosa perla è la seguente: "Il professor James Q. Wilson sostiene che negli anni in cui l'eroina era legalmente prescritta dai dottori in Gran Bretagna, il numero dei drogati aumentò diquattro volte. E dopo la fine del Proibizionismo - un'analogia spesso ricordata ma equivocata il consumo di alcol aumentò del 350%" Sembra quasi tempo perso rispondere a simili asinerie, ma lo faccio ugualmente, per il lettore suggestionabile da simili "dati" e soprattutto per i San Giorgio scorrazzanti anche in questa penisola, brandendo tali bestialità. Ricordiamoci come nacque l'eroina: venne prodotta dalla Bayer (si trovano ancora delle curiose pubblicità dell'epoca) e pubblicizzata proprio come un analgesico più potente della morfina, allora in uso, e con un enorme vantaggio, quello di non procurare assuefazione, come invece era stato già rilevato per la morfina. Non conosco gli studi del professor James Q. Wilson sulla Gran Bretagna, ma è assolutamente certo che in tutta Europa (Francia, Germania ecc.) la prescrizione medica dell'eroina, e dunque il suo uso, conobbe un successo travolgente, riducendo la prescrizione della morfina a casi particolari (per esempio, gli infarti o le malattie cardiache) e per lo più in combinazione con altre sostanze come l'atropina. Non so rispetto a quali "drogati" di prima il numero sia aumentato di quattro volte; forse se si va da zero a quattro, poiché "prima" l'eroina non era prodotta, diffusa, prescritta. Peraltro, come i medici avrebbero potuto mettere in dubbio l'onorevolissima parola della premiata Ditta Bayer? Solo successivamente, quando ci si accorse che il tasso di assuefazione prodotto dall'eroina era enormemente superiore a quello derivato dalla morfina, le prescrizioni mediche furono più "mirate", vennero studiati prodotti di sintesi (come il Palfium o l'Eucodale) che, infine, si rivelarono ancor più tossici dell'eroina! In ogni caso, la quantità dei tossicodipendenti era irrilevante, soprattutto dal punto di vista sociale, anche perché i (pochi) tossicomani potevano tranquillamente rifornirsi del prodotto necessario, più o meno come oggi avviene per l'Optalidon o l'aspirina. In realtà, il "salto" avviene in due date precise: nel 1954, quando gli USA, forti della guerra vinta, degli aiuti economici irrogati ecc. impongono a tutti i loro partner politici, Italia compresa, una legislazione fortemente proibizionista (parrebbe per creare una valorizzazione di un mercato ancora debole!) e negli anni dello sforzo bellico americano nella guerra del Viet Nam: è il periodo della crescita esponenziale della vendita e del consumo di eroina. Ed è ormai risaputo e documentato come i "fondi neri" venissero elargiti, e dunque prima accumulati proprio con il traffico di eroina, da parte di enti istituzionali americani.

L'analogia con il Proibizionismo, evocata da Bennett, salta agli occhi. Ma davvero "equivocata" la suggestione che se ne trae. Finito il Proibizionismo (la "ley seca", cioè la legge che ti lasciava all'asciutto, come dicono bene gli spagnoli) ci sarebbe stato un incremento del 350 per cento nel consumo di alcol. Sinceramente, mi stupisce che non sia stato maggiore. Ragioniamo: durante il Proibizionismo il consumo di alcol doveva essere zero e quindi il consumo registrabile poteva essere solo quello dedotto dalla quantità di alcol sequestrato, e sappiamo benissimo (chi non ha visto almeno un film sull'argomento?) come i legami tra racket e polizia fossero strettissimi. Ad occhio, possiamo dire che l'alcol sequestrato non superasse il 10 per cento di quello realmente venduto, anche senza voler contare le distillerie a gestione familiare. Allora: secondo stime basate sui sequestri, si dedicavano all'alcol, poniamo, 1.000 americani. Ma abbiamo detto che questo rappresentava all'incirca il 10% della realtà, e che dunque, di fatto si abbandonavano ai piaceri alcolici 10.000 americani. Questo, ovviamente, per gli abituali. Ai quali va aggiunta una quantità almeno cinque volte maggiore di occasionali, chi si fa il bicchierino ogni tanto o la birretta. Arriviamo a 50.000. Sempre basandoci su questi dati ipotetici, ci vien detto che si vide un incremento del 350% ufficiale. Ma a partire dai 1.000 iniziali, ovviamente. Il che ci darebbe 4.500 consumatori d'alcol, 45.500 in meno delle stime percentuali "realistiche" date da noi più sopra, riguardo al periodo del Proibizionismo. Alla fine della fiera, il terribile incremento sbandierato dal caro Bill, si rivelerebbe un impressionante decremento, cosa che stento a credere e che mi auguro falsa, ben conoscendo le virtù delle alcoliche bevande. Dove sta il trucco, dove il sofisma? La verità è, come quasi sempre, semplicissima. Bennett scrive delle stupidaggini, non può paragonare dei dati incommensurabili come il presunto consumo in tempo di proibizione e il consumo libero, ordinario, in tempo di liberalizzazione.

Alle elementari mi dicevano, giustamente, che non è possibile sommare le mele alle pere; le mele vanno sommate alle mele e le pere alle pere. Se oggi si liberalizzasse l'uso delle droghe, da comprarsi in bottega, è assolutamente certo che l'apparente incremento del consumo supererebbe di gran lunga quel 350 per cento sbandierato da Billy per l'alcol. Oggi chi può dire quanti spinelli si compra Claudio, quanta cocaina Giovanni, quanta anfetamina Bettino o quanta eroina Arnaldo? I dati non possono che essere incerti ed imperfetti. Ma, dopo, San Giorgio e Bill ci saprebbero dire di quanto è aumentato il consumo. Nella miseria della scienza delle miserie, questa statistica è di per certo fra le più miserabili.

Ma poiché non ci si nutre di chiacchiere, e tanto meno lo fanno i nostri Bennett e Friedman, ben presto la discussione diviene pratica, da pretesamente etica che voleva essere: dunque, cosa conviene di più alla società? Intendendo per essa, naturalmente, la società capitalista esistente e in particolare quella americana. Qui, sul concreto, i progetti del caro Milton e del caro Bill si differenziano nettamente, rispecchiando due modelli di sviluppo sociale e due filosofie economico - politiche diverse.

Per Friedman, coerentemente con le ipotesi liberiste della scuola di Chicago, il costo sociale del proibizionismo antidroga è decisamente superiore ai suoi risultati. Sul piano internazionale come su quello interno. Sul primo, perché non ci sarebbe il dispendio di energie e di capitali USA per proporsi come i gendarmi del mondo e, in particolare, del loro "cortile di casa", cioè il Centroamericae l'America latina (e il caro Milton scriveva quelle righe prima dell'invasione di Panama, dello stazionamento della flotta statunitense al largo della Colombia ecc.). Sul secondo, perché ci sarebbero meno prigioni, meno necessità di esse, e quegli stessi soldi potrebbero venir efficacemente impiegati in una politica di recupero e di aiuto statale. t la riaffermazione della società - Stato, dello Stato sociale, fondato sull'allargamento della domanda interna e dei consumi, che è stata alla base della politica nota come il Welfare.

Per Bennett la prospettiva è quasi opposta, è quella dello Stato - Stato, vale a dire quella di una molecolarizzazione del controllo statale e sociale, dell'impiego di grandi risorse in queste iniziative e dunque della creazione di imponenti possibilità lavorative nell'ambito del controllo o, più in generale, di quello poliziesco e militare. Il caro Bill, ciance e proclami morali a parte, si pone il problema con egregia lucidità: " ... la questione che ci si deve porre - e che è totalmente ignorata dai fautori della legalizzazione - è qual è il costo di non rendere le leggi contro la droga più severe. Secondo me [ ... ] i costi potenziali della legalizzazione della droga sarebbero così grandi da significare un disastro nazionale".

Pur parlando con molti peli sulla lingua, i contendenti hanno posto in chiaro un punto centrale: poche chiacchiere sul consumo di droghe, che c'è e ci sarà, essendo ormai "invalso nell'uso"; piuttosto, conviene liberalizzare il mercato e stornare i capitali impiegati nella repressione verso la libera iniziativa ed uno "Stato sociale" capace di accompagnare il cittadino dalla nascita alla tomba, o invece conviene mantenere artificialmente illegale un simile consumo, profittandone (questo non viene detto ma è palese, anche perché i dati storici parlano chiaro), ed investire questa massa di quattrini in carceri, tribunali, polizie, controllo sociale? In altri termini, la società capitalista è soprattutto comunità delle merci, capitale in processo e in costante autovalorizzazione (Friedman) o invece ha assoluto bisogno dello Stato; è una società che, per mantenere il controllo del dominio della merce, necessita di uno specifico apparato, di valori etici imposti (mentre la merce è "valore etico" di per sé), di armi, di prigioni, di polizie sempre più forti (Bennett)?

E’ uno scontro ormai irriducibile sulle forme dello "sviluppo", che parte però dalla concordanza sulla "naturalità" della società presente. Della quale, invece, io mi auguro la più rapida scomparsa, per lasciare libere, letteralmente sprigionandole, le forze creative che in questa società sono compresse. Ma, in ogni caso e riguardo alla questione della droga, legalizzatori e repressori sono d'accordo su un punto: che il ricorso alle droghe è ormai connaturato alle società attuali; c'è solo da decidere cosa conviene di più, una volta che tutti si è d'accordo che questo è un male.

Ma se la droga non fosse poi così un male rispetto al male che è la società attuale? Ma se la droga fosse un illusorio tentativo di rimedio? Ma se l'unico rimedio efficace fosse liberarsi della società? E se, infine, quel piacere a cui alludono le droghe, simulandolo, fosse esattamente l'oggetto del contendere con i cari Milton e i cari Bill?

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Un episodio curioso e paradossale, riportato dai giornali ma non certo con quell'indignazione che moraleggiando avevano mostrato in altri casi, può servire da esempio significativo della tesi di cui sono convinto, e cioè che non solo Stato e Mafia si alimentano mutuamente, ma che lo spettacolo dello Stato si manifesta in modi squisitamente mafiosi.

Nel mese di settembre del 1989, il signor George Bush, presidente degli USA, ha lanciato una campagna nazionale e internazionale contro la droga (il Drago) ed anzi, più che una tradizionale campagna, una vera e propria "guerra santa". Divenuto palesemente anemico il nemico storico, il "Comunismo", e non potendosi più celare, neppure di fronte ad un'opinione pubblica particolarmente narcotizzata e rincoglionita, la sostanziale unità di intenti fra i paesi dell'Est dello stalinismo riformato e quelli dell'Ovest delle democrazie autoritarie, legati nella produzione e riproduzione di rapporti di capitale, di estorsione del consenso, di spossessamento in nome della perpetuazione della "società", di spettacolo, un nuovo Grande Nemico doveva apparire sulla scena: in questo caso il Drago, la Droga.

Il signor Bush avanza ed impone un "progetto" di lotta al Drago. Sul piano internazionale, per riconfermare la funzione di controllo e di polizia planetariache gli USA da tempo si sono assunti (dividendosi le zone di influenza con l'altro grande gendarme, PURSS, e, ad oriente, con vari vicecommissari, come la Cina e i suoi satelliti, fra cui primeggiano l'ex "glorioso" Viet Nam, l'India ecc.) e come l'arrogante episodio dell'invasione di Panama e della deportazione del servo infedele Noriega ha sottolineato ancora una volta. Sul piano interno, per potenziare il senso di Stato etico, di Stato paladino del bene e, dunque, per ciò stesso, assolutamente e necessariamente accettabile, anzi indispensabile.

Ma poiché non si tratta solo più di "politica" (ridotta, ormai, agli occhi di tutti, a mera pratica di amministrazione) o di "economia" (quando tutti ormai sanno che la produzione è finita da tempo e che ormai si tratta solo più di riproduzione, ancorché allargata e gestionaria, da cui il successo planetario dell'informatica, che è per l'appunto una forma più alta e sofisticata di razionalizzazione dell'amministrazione e della gestione), necessariamente il gioco doveva venir giocato sul terreno reale, quello dell'immaginario sociale e della sua amministrazione: lo spettacolo.

Il signor Bush, così, ne pensa una buona: si presenta davanti alle telecamere delle televisioni del suo paese con una bustina di "crack", che dice essere stata sequestrata pochi attimi prima di fronte alla stessa Casa Bianca (addirittura! Il Drago è davvero sfrontato!), la esibisce drammaticamente, fa appello al senso dell'onore e dell'amor patrio degli imbesuiti televedenti americani e, insomma, lancia e rilancia la sua guerra santa" con quella visibile pezza d'appoggio.

Ma smarrona, il signor Bush. E notoria la passione americana per suscitare "scandali" che nulla modifichino, che anzi rafforzino il potere del segreto di una società di spettacolo autonomizzato, in cui ciascuno gioca la sua parte, ma su binari fissi. Così si "scopre", ed è in questo caso il quotidiano Washington Post a "rivelare" questo brandello di verità, che è stato un agente della DEA (l'ufficio antidroga americano) ad acquistare appositamente, vale a dire affinché Bush potesse mostrarla in TV, la bustina di "crack" da uno spacciatore nero che, mica scemo, mai e poimai si sarebbe messo in testa di vendere ai giardini Lafayette (davanti alla Casa Bianca) ma che, alla fine, venne convinto a consegnare una busta dall'abile agente e soprattutto dall'immodica quantità di denaro che questi gli proponeva («Sono ben matti questi bianchi», avrà pensato il nero che, infatti, manco sapeva bene che diavolo fosse la Casa Bianca, secondo quanto scrivono i giornali). Sempre secondo la ricostruzione giornalistica, lo spacciatore non sarebbe stato arrestato, e in effetti ci sarebbe mancato altro.

Così la droga, il crack, se l'è tenuta il presidente e, bisogna aggiungere, per un uso particolarmente immondo ed immorale: non per un consumo personale, ma per esibirla in televisione!

Il signor W. McMullan, responsabile della DEA per Washington D.C., ha sostanzialmente ammesso il fatto, giustificandosi più o meno in questo modo: «In ogni caso dovevamo comprare la droga, per risalire ai venditori e ai trafficanti, e poco importa dove lo scambio sia avvenuto». Non risulta che siano risaliti a chicchessia né, palesemente, che questo fosse l'obiettivo.

I giornali hanno parlato, ed abbastanza sottovoce, di "infortunio" di Bush, ma quasi si fosse trattato di un infortunio della passione, della sua passione di ripulire gli USA e il mondo intero dal "flagello della droga". Nessuno ha voluto evidenziare il senso vero, profondo ma emblematico, di questa operazione che, una volta disvelato, mostra l'intima verità del meccanismo Droga - Drago. Proviamoci.

Ritorniamo al fatto nudo e crudo, almeno per quanto pare accertato. Un consigliere di Bush gli suggerisce che sarebbe di grande effetto mostrare in diretta una bustina del micidiale crack. Bush si entusiasma all'idea. Lo spettacolo e la riproduzione di allarme sociale sono assicurati. Però, per ottenere un impatto emozionale ancora maggiore, l'operazione va precisata: la bustina deve venir confiscata pochi attimi prima della trasmissione televisiva (illusione della simultaneità e dunque della veridicità dello spettacolo mimato). E quale posto migliore scegliere, se non i giardini Lafayette, davanti alla Casa Bianca, dunque "nel cuore dello Stato"? Bisogna mostrare, se non dimostrare, che il Drago osa portare il suo attacco al cuore dello Stato. Lo stesso fine, rispetto all'immaginario collettivo, dei mille articoli pubblicati sugli spacciatori sorpresi a vendere nelle vicinanze delle scuole o addirittura davanti ad esse. Se la cosa pare onestamente poco probabile in specie per quanto riguarda scuole elementari e medie (non foss'altro che per la poca disponibilità di danaro che hanno quei ragazzini!), il "messaggio" funziona ugualmente: attenzione, il pericolo giunge al cuore stesso della nostra umanità, ai nostri figli. (Per inciso, un'operazione simile e particolarmente odiosa è stata messa in piedi nel gennaio 1990 dai media italiani, con il supporto poliziesco. Hanno scritto che due giovani genitori tossicomani stavano per iniettare una piccola dose, però letale, di eroina al loro figlioletto di due anni. L'improbabilità della cosa saltava agli occhi di chiunque, e difatti era falsa come venne successivamente accertato, ma con pochissimo risalto, però importante era veicolare un'immagine: il drogato è così folle ed irresponsabile da voler addirittura drogare un figlio di due anni; è pericoloso per sé, per gli altri, per la società e addirittura per la stessa specie; qualsiasi mezzo repressivo è lecito, anzi morale, per fermarlo e dunque ben vengano le leggi coattive. Ed anche le smentite successive funzionano: non era vero, ma poteva esserlo, e vedete bene tutti quanti come noi media siamo rispettosi della ít verità").

Rivenendo all'episodio di Bush, l'operazione viene affidata ad un astutissimo agente della DEA, con il portafoglio ben gonfio, se è vero, come è stato riportato, che ha speso ben 2500 dollari per una busta di crack, la droga definita povera, cifra con la quale a Washington si possono acquistare alcune decine di grammi di eroina e un po' di più di cocaina. Sia come sia, il solerte agente contatta uno spacciatore nero, guarda caso, minorenne ed analfabeta e il business va ovviamente in porto. Bush fa il suo show televisivo, al ragazzo nero non succede niente, come si è detto e buon per lui, ma poi la storia salta fuori e diventa di dominio pubblico. Come mai?

Si può tranquillamente escludere l'imperizia dei protagonisti, capaci di mantenere ben altri segreti, ed è anche piuttosto improbabile la casualità, cioè 1`incidente". Di solito i segreti vengono svelati al momento opportuno.

Si possono avanzare alcune ipotesi, tutte alquanto suggestive e tutte concorrenti alla spiegazione della gestione mafiosa dello spettacolo e della gestione spettacolare della mafia.

La prima è che ai giornali sia arrivata qualche "soffiata" o che addirittura Bush, il trappoliere, sia caduto in una trappola. Questa ipotesi troverebbe conferma nell'arresto, mesi dopo ed esattamente il 19 gennaio 1990, del sindaco nero di Washington, Marion Barry, caduto a sua volta in una trappola tesagli dall'FBI, filmato mentre comprava e fumava, per l'appunto, crack e trovato in possesso della stessa sostanza grazie al tradimento di una sua giovane amante, foraggiata dall'Ufficio Federale. Barry era molto amato dalla comunità nera di Washington ed era considerato un difensore dei diritti civili. Secondo questa ipotesi, potrebbe essere stato lo stesso Barry, o uomini a lui vicini, "a fregare" la prima volta Bush, rivelando il suo spettacolo, magari avendo ottenuto informazioni attraverso il tam - tam dell'ambiente nero di Washington, e per l'appunto la busta di crack mostrata in televisione dal presidente era stata consegnata all'agente della DEA da un giovane nero. Da qui l'immancabile vendetta del presidente, che ha restituito il "servizio" a Barry con esosi interessi. Secondo questa ipotesi, è in corso non solo una lotta per il controllo del mercato della droga - e sarebbe il versante mafioso - ma anche una lotta per il controllo del mercato della lotta alla droga - il versante politico. Va da sé che si intersecano.

La seconda ipotesi è che sia stato tutto accuratamente programmato in anticipo: l'acquisto della busta di crack dal ( 4minorenne negro analfabeta", la fuga di notizie, 1`infortunio" di Bush, l'arresto del sindaco di Washington. A qualcuno può sembrare fantapolitica, ma è assolutamente verosimile: così funzionano i meccanismi di autoinveramento dello spettacolo. Il "messaggio" che lo staff dirigenziale USA voleva lanciare è stato lanciato e, davvero, nel mondo delle immagini suggestionali, importa poco che un fatto sia vero, verosimile o smentito. Importa l'informazione, ancorché stravolta, e che essa lasci un segno. Seguendo questa ipotesi, il presidente americano voleva veicolare questa sequenza di suggestioni: che negli Stati Uniti (e per ciò nel mondo) il problema della droga è fondamentale e la sua "risoluzione" giustifica qualsiasi mezzo; tanto è vero che, per meglio evidenziare le sue buone ragioni, il presidente stesso è stato costretto a ricorrere ad un escamotage, quello dell'acquisto della busta, ma con fini "buoni", per meglio attirare l'attenzione sul problema; che è tanto vero da venir "dimostrato" dall'arresto dello stesso sindaco della città, proprio per consumo di crack; che i neri (spacciatore e sindaco) sono i principali portatori di questo contagio, al pari dei latinoamericani (Panama, Colombia ecc.) e che, dunque, vanno curati con le buone o con le cattive; infine, obiettivo importantissimo, dimostrare che in una sana democrazia vi è un'estrema trasparenza e che perciò la verità trionfa, sia che si tratti di un'innocua marachella a fin di bene del presidente o di quella a fin di male del sindaco.

Sia vera questa o quella ipotesi, è evidente l'uso di uno "scandalo" ormai inflazionato e reso innocuo, affinché vengano resi innocui in anticipo gli scandali reali, affinché nella massa degli informati vengano tollerate tutte le informazioni degli informatori, affinché lo spettacolo, che produce e riproduce spettacolo infinitamente, sia l'unico criterio di "verità" e di trasmissione di "senso". Come dire: appari o crepa.

Il Drago funziona perfettamente. Oltre ad essere, nella sua materialità di traffico di droghe, un affare epocale dal punto di vista economico ed amministrativo, grazie al proibizionismo ed alla tecnica mista irretire/reprimere, il Drago è un poderoso collante ideologico, una forma dello spettacolo integrato dove mafia e stato si abbracciano vitalmente - nella povera vitalità che osserviamo quotidianamente - , mentre la pretesa '1otta alla Mafia" o la conclamata "lotta alla Droga" dimostrano ciò che ciascuno di noi, nella vita di ogni giorno, intuisce: che esprimono la lotta per la sopravvivenza del presente stato di cose, contro tutti i sommovimenti che si sono affacciati, si affacciano o si affacceranno con la pretesa di stravolgere radicalmente quel che esiste.

Alla Mafia il monopolio del traffico degli stupefacenti, con il colossale giro di interessi che vi ruota intorno; allo Stato il monopolio ideologico, spettacolare, amministrativo della lotta alla droga e alla mafia. Con reciproche tangenti.

* * *

Sul palcoscenico delle idee pubbliche e del pubblico dibattito di queste pretese idee, la droga, intesa come traffico e sistema di interessi economici, viene sempre abbinata alla Mafia, peraltro preesistente al controllo della circolazione di stupefacenti e comunque assai più radicata e diramata nel tessuto societario (i sequestri, ma soprattutto gli appalti, il maneggio dei voti, la politica ecc.). Questo abbinamento è per lo più legittimo e veridico; anzi si può dire di più: il proibizionismo rispetto alle sostanze stupefacenti, con l'aumento del loro "valore" e dell'importanza del traffico illegale, non soltanto ha rafforzato le strutture mafiose esistenti ma ne ha costituite di nuove. Tutto un settore di malavita si è convertito in questo tipo di attività, rischiosa sì ma assai più remunerativa delle attività precedenti, come le rapine, i furti, le truffe ecc. Sicché oltre al potenziamento della Mafia (cioè Cosa Nostra, l'associazione degli "uomini d'onore", prevalentemente siciliana e in parte calabrese, per quanto riguarda l'Italia), vi è stato un incredibile e vertiginoso incremento di strutture associative "di stampo mafioso" finalizzate alla compravendita ed allo smercio degli stupefacenti. In Italia, il caso del Napoletano è emblematico, ma anche al Nord si sono creati poderosi gruppi ad hoc, non sempre dipendenti dalla Mafia storica, ma sicuramente ad essa collegati, seppur mantenendo margini di indipendenza, per questioni di affari e interessi. Quel che sorprende non è la dissimulazione della verità da parte di chi "fa" opinione e la regolamenta, ma il silenzio teorico e sociale su quello che è la Mafia e sulle ragioni del suo sviluppo.

A proposito, perché assolutamente condivisibile, cito un paragrafo di un teorico rivoluzionario francese, Guy Debord, apparso in un libro non ancora tradotto in Italia ("Commentaires sur la société du spectc1e", Éditions Gérard Lebovici, Paris, 1988).

"La Mafia non era che un arcaismo trapiantato quando, agli inizi del secolo, cominciava a manifestarsi negli Stati Uniti, insieme all'immigrazione dei lavoratori siciliani; nello stesso periodo sulla costa ovest si manifestavano delle guerre tra bande nelle società segrete cinesi. La Mafia, basata sull'oscurantismo e la miseria, allora non poteva neppure radicarsi nell'Italia del nord. Sembrava destinata a scomparire ovunque di fronte allo Stato moderno. Era una forma di crimine organizzato che poteva prosperare soltanto sulla 'protezione' di minoranze in ritardo di sviluppo, fuori dal mondo delle città, dove non poteva penetrare il controllo di una polizia razionalizzata e delle leggi della borghesia. La tattica difensiva della Mafia non poteva essere altro che la soppressione dei testimoni, per neutralizzare la polizia e la giustizia e far regnare nella sua sfera di attività il segreto che le è necessario. In seguito, ha trovato un terreno nuovo nel nuovo oscurantismo della società dello spettacolare diffuso, poi integrato: con la vittoria totale del segreto, la generale demissione dei cittadini, la completa perdita della logica ed il progredire della venalità e della vigliaccheria, si trovarono riunite tutte le condizioni affinché essa divenisse una potenza moderna ed offensiva.

Il Proibizionismo americano - grande esempio delle pretese degli Stati del secolo al controllo autoritario di tutto, e dei risultati che ne discendono - ha lasciato al crimine organizzato la gestione del commercio dell'alcol per più di un decennio. La Mafia, con ciò arricchitasi e sperimentatasi, si è legata alla politica elettorale, agli affari, allo sviluppo del mercato dei sicari professionali, ad alcuni particolari della politica internazionale. Così, fu favorita dal governo di Washington durante la seconda guerra mondiale per contribuire all'invasione della Sicilia. Quando l'alcol è tornato ad essere legale, è stato sostituito dagli stupefacenti che hanno allora costituito la merce - vedette dei consumi illegali. Poi ha assunto una considerevole importanza nel settore immobiliare, nelle banche, nella grande politica e nei grandi affari dello Stato e, dopo, nelle industrie dello spettacolo: televisione, cinema, edizioni. Questo è già vero, almeno negli Stati Uniti, anche per la stessa industria del disco, com'è sempre dove la pubblicità di un prodotto dipende da un numero assai concentrato di persone. t dunque facile fare pressione su di loro, comprandole o intimidendole, giacché evidentemente si dispone di sufficienti capitali, o di uomini di mano che non possono essere riconosciuti né puniti. Con la corruzione dei discjockeys si decide pertanto quello che dovrà essere il successo tra merci tanto e altrettanto miserabili.

E’ senza dubbio in Italia che la Mafia, reduce dalle sue esperienze e conquiste americane, ha acquisito la sua maggior forza: dopo l'epoca del suo compromesso storico con il governo parallelo, si è trovata in condizioni di poter far ammazzare dei giudici istruttori o dei capi di polizia: pratica che aveva potuto inaugurare partecipando alle montature del 'terrorismo' politico. In condizioni relativamente indipendenti, l'evoluzione similare dell'equivalente giapponese della Mafia dimostra bene l'unità dell'epoca.

Ci si sbaglia, ogni volta che si vuol spiegare una qualche cosa contrapponendo la Mafia allo Stato: non sono mai rivali. La teoria verifica con facilità quello che tutte le voci della vita pratica avevano troppo facilmente indicato. La Mafia non è straniera in questo mondo; si trova perfettamente a casa sua. Nel momento dello spettacolare integrato, regna di fatto come il modello di tutte le imprese commerciali avanzate".

Si può aggiungere che, soprattutto in Italia, la Mafia, al pari della droga che maneggia e controlla, serve anche politicamente, ideologicamente e spettacolarmente come "lotta antimafia". A parte alcuni mafiosi che ironicamente sostengono che «la Mafia non esiste, è un'invenzione giornalistica» (alla palese menzogna aggiungono un'indubbia verità: se le organizzazioni mafiose esistono concretamente, è pur vero che lo spettacolo Mafia è massmediatico e voluto), non c'è chi non sia contro la Mafia. Così politici e giudici operano i loro regolamenti di conti lanciandosi reciproche accuse di "odor di mafia", di "scarsa sensibilità rispetto al problema mafioso" e così via. Ma restano sempre saldamente in sella, anzi sembrano guadagnarne in prestigio perché furbi. Come le organizzazioni mafiose, proliferano e prolificano.

Non è un "rnale" specificatamente italiano, anche se in Italia ha assunto caratteristiche particolari, è il male dell'epoca dell'amministrazione,del segreto e della menzogna, dell'ultimo livello raggiunto dalla società del capitale e dello Stato. Scivolati alcuni veli ideologici ed informativi, si è 6~ scoperto" quello che era già evidente a chiunque possedesse un minimo di intelligenza analitica e critica: anche all'Est del "socialismo reale" funzionano meccanismi simili, pur con le differenze dovute alle peculiarità delle diverse organizzazioni sociali - che, non a caso, tendono a ridursi ed uniformarsi. Si "scopre - che delle mafie hanno gestito per anni FURSS, si "scopre" che quella di Ceausescu era una banda di stampo mafioso e avanti così. Per dirla schietta, si "scopre" fin troppo. Nuove demonizzazioni, perché bisogna pur buttare a mare qualche zavorra, affinché la barca continui a navigare. Esaminato il meccanismo con occhi italiani, si può dire che i Ciancimino ogni tanto devono cadere (ben ripagati) perché continuino i Lima; possono cadere anche i Lima, purché resistano gli Andreotti. In un momento di crisi massima, potrebbero cadere anche gli Andreotti, purché persista il meccanismo. E’ il meccanismo che si è autonomizzato ed impone il suo imperio; il resto sono pedine, più o meno importanti.

* * *

Di fronte alla canea che si è scatenata e si sta scatenando intorno al problema della droga, cioè intorno al Drago, ed al fastidio che ciò provoca in qualunque galantuomo, alcuni amici, di certo non sospettabili di abusi e neanche di uso di droghe, mi hanno chiesto: «Ma non è possibile scrivere una sorta di provocatorio "Elogio della droga", riprendendo in qualche modo l'"Elogio della pazzia" erasmiano o l'invettiva sadiana di "Francesi, ancora uno sforzo"?». Letterariamente, è di sicuro possibile e forse si otterrebbe anche un piccolo scandalo, in un mondo che non sa più scandalizzarsi di nulla. Nello stesso tempo, c'è il rischio di f arsi prendere la mano dal gusto della provocazione, dimenticando che, al di là del Drago e della sua immagine spettacolare, esiste una realtà materiale della diffusione di droghe e del loro abuso.

Ecco, un "Elogio della droga" così, secco, non mi pare praticabile. Il che non significa negarsi a respingere la draghizzazíone (demonizzazione) delle droghe, accettare che tutte vengano assimilate sotto la stessa etichetta e neppure omettere la verità: che tutte, ciascuna a suo modo, contengono anche qualche aspetto seducente, forse positivo.

"All'inizio vi è la ricerca del piacere, inscritta nel più profondo delle nostre strutture mentali. Il bisogno di ottenere il piacere implica il passaggio all'azione, poiché il piacere non viene mai offerto all'uomo su un vassoio, anzi, l'uomo deve meritarselo, conquistarselo". Così scrive Henri Pradal in "Le marché de l'angoisse" (Paris, 1977; trad. it. "Il mercato dell'angoscia", Milano, 1977), un saggio che non ha conosciuto la diffusione che si sarebbe meritato, proprio perché non è un manuale contro l'angoscia, ma un'angosciante analisi della funzione dell'angoscia nella "nostra" civiltà.

Ebbene, anche per l'uso di droghe, all'inizio vi è la ricerca del piacere. Tanto più motivata dal fatto che nelle nostre società il piacere viene esplicitamente negato o tacitamente occultato o svilito a pratica di consumo. L'uso e l'abuso di droghe, come dell'alcol o delle sfrenatezze sessuali, è un'esplicita rivendicazione al diritto al piacere. Ma, come ci ricorda lo stesso Pradal, "la legge è fatta dai mercanti, ma non c'è più Cristo che li cacci dal tempio. In una società dominata dalla merce, risulta che tutto possa essere acquistato e venduto". "La civiltà della merce ha plasmato l'individuo affinché produca e consumi… " Ecco il terribile vicolo cieco in cui si caccia l'individuo alla ricerca di piacere attraverso le droghe: viene inserito in un meccanismo di mercatosu cui non ha controllo alcuno. Lo stesso vale, naturalmente, per ogni altra forma di ricerca parziale di piacere. Sei fregato in anticipo.

Le droghe, in più, possiedono due caratteristiche accessorie e fondamentali: possono essere acquistate e vendute, come tutto, ma sono vietate e ciò conferisce loro un'aura di trasgressività indotta; il consumo presuppone un'indefessa attività produttiva, proprio perché il costo è altissimo e, nel caso di talune droghe, il consumo diventa coattivo, imprescindibile.

Le droghe non sono tutte uguali, va da sé, ed il termine stesso di droga è tirato per i capelli, riunificando sotto uno stesso marchio ciò che è diverso. Una difesa dei derivati dalla cannabis è sin troppo facile e troppi già l'hanno compiuta: non fa male, non dà assuefazione - eccetera. Tutto vero. Il "male" di questi prodotti, peraltro a volte apprezzabili, sta nell'illusione di trasgressività, di '1ibertà" che spesso inducono, suggerita com'è dal potere stesso e dalle sue interdizioni. Si formano così delle microcomunità di fumatori, che si sentono estremamente trasgressivi e "moderni", al passo coi tempi, ma certamente capaci di marchiare a fuoco chi usa droghe differenti, in specie l'eroina. La cocaina sta nel mezzo, per la storia di élite che si trascina dietro, anche se ormai il proletarissimo crack o l'uso della miscela di eroina e cocaina (lo speed - balI) la stanno declassando.

Per scrivere un "elogio", come si è detto, bisognerebbe assumersi l'onere della difesa dell'eroina, comunque degli oppiacei e dunque della tossicomania. Ciò risulta onestamente impossibile. Che l'eroina produca effetti piacevoli, spesso all'inizio e se usata oculatamente, è fuori di dubbio: non si capirebbe perché, altrimenti, milioni di persone ne vengano attratte. Ma che la dipendenza sia odiosa e con effetti nefasti, è altrettanto indiscutibile. Zombies si aggirano per le metropoli. Che la "colpa - non sia della sostanza in sé salta agli occhi: sono le regole del mercato, le leggi, gli stress quotidiani a produrre questa miseria in cui si aggirano, sperduti, i drogati.

Un ipotetico "Elogio della droga" lo potrò scrivere dopo che sarà stato praticato un elogio della libertà. Oggi, pur con tutto il disprezzo che provo per i costruttori del Drago e i San Giorgio, miè comunque impossibile: mi parrebbe di scrivere un sulfureo elogio dell'adulterio, per maggior gloria della santità del matrimonio.

Nondimeno, contro tutto e tutti, contro le morali inveterate e quelle che si pretendono moderne, contro, soprattutto, coloro che le uniche soluzioni le ritrovano nel fondo della loro anima da gendarme, e dunque in leggi, polizie, galere, va rivendicato il diritto di ciascuno di fare quel che più gli aggrada di sé e della sua vita, compresa la morte. E facile rispondere che spesso chi si droga non sa quel che fa, non conosce in anticipo le conseguenze dei suoi atti, è preda di suggestioni e del mercato. Tutto vero, probabilmente. Ma quelli che, in nome di una ragione di cui avrebbero il monopolio, peraltro smentiti costantemente dai fatti, invocano e pretendono coercizioni e repressioni, costoro sanno quello che fanno? Conoscono in anticipo le conseguenze dei loro atti, non sono preda di suggestioni e del mercato? Essi sono, in realtà, la conseguenza dei loro atti, sono essi le suggestioni ed il mercato. 

* * *

Stupenda è la dichiarazione di certo signor Muccioli (rilevata dai quotidiani italiani in data 24.X.1989), un ben remunerato funzionario della drogorepressione, consigliere pragmatico del signor Craxi, il Più muscoloso San Gior io sull'italica piazza, e padre - padrone di una "comunità" terapeutica, sita nell'incolpevole ed amabile Romagna, salita più volte ai disonori della cronaca per l'incatenamento di taluni "utenti" (si dice così), per i metodi, forse efficaci, ma sicuramente maneschi e brutali per "'contenere" gli ospiti, nonché per l'estremizzazione del rifiuto di essa da parte di taluni "pazienti" ormai evidentemente impazienti: si son tirati giù dalle finestre a testa prima, con una critica di certo radicale ma anche autodistruttiva, visti i letali effetti.

Ebbene, questo antico ma sempre muscoloso pensatore pratico, esprime con la brutalità concessagli quello che tutti i suoi accomandatari pensano, ma non hanno il coraggiodi dire con tanta vivacità, sul tema droga. Il Nostro dice: «Non è vero che tutto è lecito e una libertà che sostiene ciò va imbavagliata». Esemplare per sintesi ed enfasi.

Qualche insofferente potrebbe dire che simili bestialità vanno riposte religiosamente nell'ossario di Predappío, e lì consegnate alla consunzione, senza più preoccuparcene, e invece no. Per due ottimi motivi: perché sappiamo tutti che questo tardohimmleriano («Quando sento parlare di cultura la mano mi corre alla pistola», diceva Himmler, noto anche, dal punto di vista teorico, come estensore del miglior manuale pratico sull'uso della calunnia) non parla solo perché ha la lingua in bocca, ma perché è stato opportunamente imbeccato e sponsorizzato; perché, ironie a parte, la frase citata è degna senz'altro di menzione, non è meno filosofica di certi postulati di Popper, peraltro non molto meno reazionario.

"Non è vero che tutto è lecito", sostiene il nostro pensatore e saremmo davvero in pochi ad affermare il contrario, sicché non osiamolo neppure. Non tutto è lecito. E va bene. Ma, chi determina la liceità e l'illiceità? Lo Stato, la Chiesa, il Buon Senso? Pur volendo condividere le tesi muccioliane (e craxiste e bushiane ecc.), vi è troppa vaghezza. Il sottinteso, ovviamente, è la Droga, il Drago. Ma anche così rimane indeterminato il confine tra lecito ed illecito. 1 nostri pensatori giuridici hanno deciso che va affermata l'illiceità del drogarsi; poco importano le forme delle pene: ciò che va ribadito è l'illiceità del drogarsi e su questa "questione morale" vi sono state scarsissime opposizioni. Non le faremo noi, per non farci arrestare (mica scherzano, questi), ma ci sarà sicuramente concesso, in democrazia!, di porre delle domande pertinenti: rispetto a chi è illecito drogarsi? (Rispetto a sé, allo Stato, alla Chiesa, allo zio, allo spacciatore che così guadagna di più; a chi, rispetto a chi?); quale criterio morale o giuridico fondativo stabilisce l'illiceità? (Quello dei doveri famigliari o civici o produttivi o statali?); quali "droghe" non si possono usare? E qual è 9 criterio che stabilisce che talune (marijuana, eroina ecc.) lo sono ed altre no (auto, televisione, alcol ecc.)? Il pensiero tomistico era preciso, dettagliato; questo, craxo - muccioliniano, ci consegna ai dubbi ed alle ambasce. Pazienza.

"...una libertà che sostiene ciò va imbavagliata" . A parte la truculenta volgarità di una simile espressione, che preoccupa se pronunciata da un tecnico degli imbavagliamenti e incatenamenti non metaforici, vi è un problema filosofico che mi tormenta: si può imbavagliare una libertà? La libertà non è, secondo un dizionario che frequento, "la condizione di chi può disporre di se stesso e dei propri atti e movimenti, in contrapposizione non solo allo stato di schiavitù, di prigionia, di detenzione, ma anche allo stato di soggezione a un'autorità tirannica. Può essere riferito sia a persone che ad animali"? Se così è, risulta un discreto problema imbavagliarla; volendo, si può negarla, sopprimerla, annichilirla ma "imbavagliarla" , come "incatenarla", pare proprio difficile, non foss'altro che per una resistenza semantica e logica.

Ma il tricipite è un brav'uomo e un semplicione, e suo sarà il regno dei cieli. Mal esprimendosi, voleva dire: «t lecito solo quello che viene opportunamente stabilito dall'autorità competente; chi vi si oppone, in nome di una pretesa libertà, va impedito nella sua attività eversiva e dunque imbavagliato, metafora per dire: messo in ceppi, incatenato, incarcerato». Così la questione, depurata da malintesi riferimenti filosofici e ritornando laddove non aveva mai smesso di stare, nella pratica di polizia, mi è chiarissima. Piuttosto di discorrere di liceità e illiceità, di libertà e licenza, sono disposto a farmi imbavagliare. Con un bavaglino su cui sia scritto però, "Non baciatemi!"

* * *

Nell'intossicatoria prosa massmediatica, le madri che, avendo dei figli drogati, si battono contro la droga, non si sa bene come, spettacolo a parte, vengono definite "Madri Coraggio". E i padri?Staranno giocando a tressette o con le amanti, e non del tuttoa torto, vista la noiosità delle mogli. E la mamma, cuore della famiglia, che fa palpitare le pallide vene spettacolari. Una regista italiana, tale Werthmúller, vi ha dedicato addirittura un film, orribile più della signora in questione. Mi si dice che adesso ne abbia prodotto un altro, sull'Aids. t nota per tre motivi: per i pessimi film, mai salvati dai titoli lunghissimi e debordanti (è nel titolo che si esaurisce la sua scarsa creatività); per avere un sacco di soldi come "esponente" della cosca del Garofano; perché tutti si toccano le palle, in modo scaramantico, appena ne odono il nome.

Le "madri coraggio", dunque. Sembra che si battano contro gli spacciatori, per la difesa dei loro figli. Obiettivi meritori. Ma, a parte l'inopportuno ed enfatico accostamento con la figura brechtiana di "Madre Courage", impietosamente mi dico e mi chiedo: madri sì, d'accordo, ma di che e con quale coraggio?

Compiamo un passo indietro. Esiste un'evidente interdipendenza tra la domanda e l'offerta di una merce. t vero che spesso l'offerta riesce a stimolare la domanda, soprattutto se opportunamente pubblicizzata, creando quello che si definisce il bisogno indotto (ed abbiamo centinaia di esempi sotto agli occhi). E altresì vero che un'offerta si rivolge ad una domanda per lo meno potenziale, molto spesso stravolgendo le esigenze che vi stanno alla base e "rispondendovi" secondo una logica antiumana e mercantile. Ma questa dinamica comunque deve esistere, altrimenti l'offerta rimarrebbe inutilizzata, vuota. Per esempio, se le televisioni ci offrono dei programmi di "evasione" imbecilli e sconfortanti, è anche perché rispondono, in modo assolutamente distorto e distorcente, ad un'effettiva domanda sociale di evasione: dalla realtà quotidiana insopportabile.

La relazione tra lo spacciatore di droga e lo spacciato non è differente. L'offerta di droga è possibile, ed economicamente remunerativa, perché esiste una domanda. Che poi le ragioni di fondo della domanda, vale a dire i bisogni reali, siano di tutt'altro tipo rispetto alla "risposta" che viene loro data mi sembra incontestabile: chi "chiede" droga in realtà chiede qualcosa di assai diverso, ma gli viene offertala droga, è questa la risposta al suo bisogno reale. E tutto si rinserra in una logica di mercato, profitto e consumo.

Ritorniamo alle "madri coraggio". Si ribellano, e per nulla a torto, contro gli spacciatori ma, ed è questo il torto, avendo accettato lo schema autoassolutorio socialmente proposto loro: i colpevoli sono essenzialmente questi profittatori (anche se gli ultimi anelli della catena, quelli più facilmente individuabili, sono quasi sempre a loro volta dei tossicodipendenti; la solita guerra tra gli straccioni!), mentre il resto, dall'organizzazione sociale al lavoro, dalla struttura famigliare sino al loro ruolo, di madri, ebbene tutto il resto viene preventivamente assolto o comunque giustificato.

Personalmente, sono convinto che molte di queste "madri coraggio" abbiano una responsabilità diretta o indiretta nel fatto che i loro figli non abbiano potuto o saputo far di meglio che drogarsi. Perché hanno non solo accettato l'esistenza di una struttura famigliare oppressiva, ma l'hanno addirittura riprodotta; perché si sono esse stesse mortificate nei ruoli di produttrici - cittadine - mogli - madri; perché raramente hanno mosso un dito, prima che la "disgrazia" le toccasse, contro la società drogata e drogogena, mentre sposano soltanto la drogorepressione; perché per lo più l'alternativa che esse, i loro mariti, i loro amanti, i loro amici, offrono ai loro figli è così povera che questi ultimi si vedono quasi sospinti a scegliere tra la morte per droga e quella per noia, o per abbrutimento da lavoro, o per febbre del sabato sera.

Il vero coraggio è quello di mettere in crisi tutti i ruoli, anche quello di madre o di padre, di individuare il nemico reale, interno, senza spostarlo invece sempre lontano da sé. Non c'è assoluzione per nessuno, in verità, mentre si è abituati ad una sovrabbondanza di condanne.

* * *

Se il Drago è stato appositamente costruito, confezionato e messo in scena, è indiscutibileil profondo disagio prodotto dall'abuso di stupefacenti, dalla tossicodipendenza. Se qualche spirito candido ancora esistesse, dopoche da tempo si è consumata la fine di qualsiasi possibile innocenza, e chiedesse: «Ma allora? Van bene tutte le critiche, ma per il drogato, l'individuo che sta male, che rimedio proponi?», mi troverei senza risposte. Preciso: senza risposte che offrano una soluzione immediata o a breve termine. Perché di queste soluzioni non ce n'è, e chi le offre è di sicuro un mistificatore, un profittatore, uno che lucra, materialmente e ideologicamente, sul malessere reale altrui.

La fine del proibizionismo, la liberalizzazione del mercato degli stupefacenti (ma non certo la cosiddetta legalizzazione, cioè il controllo statale del mercato e dei consumatori, che non eviterebbe il coesistere di un mercato nero, per i consumatori occasionali o per chi non vuol essere schedato, mentre accrescerebbe la Statodipendenza) è palesemente, e transitoriamente, la "soluzione" meno peggiore. Soprattutto perché eviterebbe l'obbligo alla criminalità ed alla precarietà assoluta del consumatore abituale e ridurrebbe considerevolmente tutto l'indotto. Ma è proprio qui il punto: l'indotto è una grande industria, poiché non si tratta solo del traffico di droga e dei suoi guadagni, ma anche di buona parte della microdelinquenza che mantiene ricettatori e rivenditori, avvocati e giudici, carcerieri e poliziotti, venditori di immagini e di notizie. La liberalizzazione delle "droghe" sarà possibile, vale a dire remunerativa, solo se e quando sarà stato inventato un nuovo Drago, una nuova forma, e diversa, di riproduzione sociale allargata ad alto tasso di profitto e di coinvolgimento.

Oppure se si riuscirà a trasformare radicalmente il modello esistente di società, i suoi meccanismi, i suoi fini; in termini teoricamente corretti, se si passerà dalla comunità umana fittizia alla comunità umana reale, ricompositiva. Dal capitale alla libertà, insomma, o, se si preferisce, dalla democrazia formale a quella diretta, all'acrazia. Evidentemente, è questa la scommessa di molti di noi.

Certo, questa brutalità espositiva, peraltro corrispondente all'acquisizione della realtà dei fatti, può sconcertare o deprimere chi spera in soluzioni immediate ed indolori ai problemi che ci angosciano, a quegli spiriti candidi la cui esistenza ho voluto ipotizzare per un attimo. Ma spero preoccupino ancor di più i piazzisti delle soluzioni facili e, si dice, possibili. Cioè false, recuperatorie, autoritative.

Anche per le droghe, come per l'insieme della vita sociale, vorrei che ciascuno potesse realizzare ciò che Dante attribuì a "Semiramìs voluttuosa", "che libito fe' lícito in sua legge". Sì, quella del piacere e del desiderio è l'unica legge che si può accettare. Certo, come le bestie, ma razionalmente e socialmente.

M. D’I. (alias RdE)


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